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La luce perfetta del giorno
La luce perfetta del giorno
Elena Varvello 
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Romanzo, Italia 2011
332 pp.
Prezzo di copertina € 18
Editore: Fandango , 2011
ISBN 978-88-6044-183-6


Fandango

Matilde e suo marito sono scappati dalla città e si sono trasferiti a Croci, un paesino di mezza montagna che garantisce tranquillità, silenzio, ma anche inverni lunghi e abbondanti nevicate. In realtà è Paolo che ha deciso tutto, entusiasta del progetto di una casa nel bosco, mentre Matilde è spaventata dall'idea della solitudine e dell'isolamento. A pochi metri dalla loro, al di là della strada sterrata, c'è la casa di Clara e Mario; oltre gli alberi, appena più a monte, si intravede quella di Giulio e Anita. Le tre giovani coppie faranno amicizia, i bambini giocheranno e cresceranno insieme. Nessuno può immaginare cosa il destino prepara per tutti loro.

naldina naldina naldina naldina naldina

La luce perfetta del giorno: Che cos'è questa canzone?

- Uno non può più nemmeno scappare in pace, se vuole.
- Perché, tu vorresti scappare?
- Io? Oh, e chi non vorrebbe?


"Croci: un tempo, aveva detestato quel posto, aveva perfino detestato quel nome - lapidi battute dal vento - ma adesso non c'era nient'altro che le importasse davvero, perché tutto quello che le era accaduto, era accaduto fra quei campi, quei boschi. Era quello il suo posto. Tutti hanno bisogno di un posto in cui stare".
Ormai siamo all'epilogo di una storia cominciata quasi quarant'anni prima, una storia straordinaria e unica, come le nostre vite, tutte diverse e tutte uguali. Diverse negli eventi, nelle circostanze, uguali nelle emozioni e nei sentimenti che eventi e circostanze sono capaci di suscitare.
Di questo e di molto altro ci parla Elena Varvello nel suo La luce perfetta del giorno, pagine che acquistano dunque una risonanza universale.
E' la magia della letteratura: Matilde e Paolo siamo noi, siamo noi Clara e Mario o Anita e Giulio, nostri sono i drammi di Massimo, di Aurora, le paure di Andrea e la fragilità di Monica.
Parlando del ruolo che la famiglia occupa nella letteratura, Richard Yates, uno dei più grandi scrittori americani del secondo Novecento, ebbe a dire che "Non c'è altro di cui scrivere".
Probabilmente Elena Varvello sarebbe d'accordo, e questo suo romanzo sembra esserne la riprova.
E parliamo dunque di famiglia, di rapporti di coppia, delle dinamiche affettive che si generano tra genitori e figli, ma non lo facciamo in un salotto televisivo, in una conversazione fra intellettuali o pseudointellettuali, lo facciamo a partire dalla vita o dalla pagina scritta, che è poi la stessa cosa.
Forse ho detto una sciocchezza.
Il rapporto fra vita e scrittura è complesso, articolato. Vivere vuol dire sentire, agire, muoversi nella dimensione dell'immediato, scrivere invece presuppone un momento di pausa, è necessario fermarsi per riflettere su cosa ci sta accadendo. E con le dovute cautele, senza esagerare nelle dosi, qualche volta può essere utile.
"Mogli e madri nuove di zecca, come lei, giovani donne orgogliose e innamorate dei loro bambini e degli uomini che hanno sposato - i loro vestiti buoni, le loro camicie che devono essere lavate e stirate, l'odore che si portano appresso quando ritornano a casa, la sera, un odore di polvere, fumo e sudore - eppure, le sembra, già sottilmente deluse, come se avessero appena assaggiato una torta dall'apparenza sontuosa che si fosse rivelata vagamente sgradevole o priva di sapore o addirittura indigesta".
Se prima eravamo alla fine della storia, adesso siamo all'inizio.
Quella che ora, sul viso di Matilde, è solo un'ombra di disappunto, domani sarà la voglia di scappare, la vasca riempita d'acqua per coprire il pianto, l'impressione di buttare, sprecare qualcosa.
Ma forse è così per tutti. Sempre.
Dopo quarant'anni Matilde si ritroverà a pensare a cos'è stata la sua vita, a quante cose sono accadute, un percorso a ostacoli che, a volte, erano sembrati insuperabili. Eppure ce l'aveva fatta, ce l'avevano fatta.
"Qualsiasi cosa stesse accadendo, era questo ciò che intendeva dire Matilde, sarebbe passata. Era inutile piangere. E poi, cosa credevano che fosse, tutti quanti, la felicità? Cosa avevano sperato che fosse? E anche lei, cosa aveva sperato? Quanto tempo avevano perso?".
A questo punto il respiro del romanzo si fa più ampio e riguarda davvero l'umanità intera, la fatica del vivere che ci accomuna tutti.
Con grande sensibilità Elena Varvello ci induce a riflettere su dolore, morte, malattia, uno sguardo carico di compassione perché, a volte, non è facile andare avanti.
Perché questa cosa doveva capitare proprio a noi? Cosa abbiamo fatto di male per meritarcela? In qualche modo sono queste le domande che, in un momento particolarmente drammatico, l'amica Clara pone a Matilde.
"Siamo brave persone, no? Sì, credo proprio di sì, disse fra sé... Credo di sì, nonostante tutto, nonostante i tradimenti e gli errori e le bugie che potevano aver raccontato l'un l'altro. Nonostante il fango in cui ciascuno di loro aveva affondato le mani. Non è mai stato facile, e adesso non è diverso da prima".
Eppure, quando tutto sembra crollare, la vita ci regala una tregua inaspettata.
"I passi si interruppero, un istante di attesa che le permise di accorgersi che gli uccelli cantavano - avevano continuato a farlo, e l'avrebbero fatto per sempre, che loro ci badassero o meno, ma fu contenta d'essersene accorta".
No, nessun lieto fine. La ragazza appoggiata al cofano della macchina, sotto l'insegna del fast food, sembra accennare un gesto di saluto, e Matilde sente che è un addio.
Elena Varvello prende definitivamente congedo dai suoi personaggi, e noi con lei.
Tra poco l'oscurità e il silenzio avranno il sopravvento, ma Matilde non è sola, ad accompagnarla un intero coro, le voci di tutti coloro a cui ha voluto bene, che le hanno voluto bene.
La sua è stata un'esistenza piena, e anche noi lettori, testimoni esterni, ci sentiamo più ricchi.


Giancarlo Montalbini  (15-01-2011)

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