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Rapsodia irachena
I'jam. An iraqi rhapsody
Sinan Antoon 
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Romanzo, Iraq 2007
105 pp.
Prezzo di copertina € 10
Traduzione: Ramona Ciucani
Editore: Feltrinelli , 2010
ISBN 9788807018275


Feltrinelli

Mentre guarda le nuvole e aspetta la sua fidanzata su una panchina di Baghdad, Furat, giovane scrittore e poeta, viene avvicinato dagli uomini della sicurezza del regime di Saddam Hussein che lo fanno sparire nelle segrete del dittatore. Rimane solo un manoscritto, ricomposto a fatica che rilegge tanto la prigionia quanto la vita irachena all'epoca del Padre Leader.

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Rapsodia irachena: Baghdad Café, le parole al tempo del regime

A furia di ripeterlo ci hanno insegnato a definirle "rivoluzioni", anche se in realtà altro non sono che cicatrici, imperfezioni che compaiono sulla superficie della nostra storia.

E' l'epigrafe di Ibn Khaldun a contenere e accendere tutta la "rapsodia irachena" di Sinan Antoon: "Scrivere significa rischiare di essere fraintesi. Le parole che sopravvivono al loro autore vivono di vita propria. Si spostano, prendono nuove forme, generano nuovi significati. E mantengono sempre la loro intrinseca ambiguità". Se è naturale in condizioni di vita più o meno normali, più o meno democratiche, più o meno civili, si può soltanto immaginare cosa può succedere alle parole nel ventre di un regime grottesco, brutale, paranoico come quello iracheno di Saddam Hussein, come tutti i regimi. Nell'effervescenza dei suoi maledetti vent'anni, il giovane Furat irride il Padre Leader, le guardie, i riti di massa, le censure, tutto ciò che permette a un dittatore di diventare onnipotente e onnipresente. Furat non è l'unico perché le ossessioni del regime hanno già imprigionato, torturato, ucciso con il minimo necessario delle motivazioni. Anche meno: basta non adeguarsi alle imposizioni, basta non denunciare chi non si adegua, e la macchina inquisitoria funziona senza sosta. Le colpe di Furat non sono nemmeno politiche, sono tutte nelle sue parole, nelle sue poesie: ironiche, colte, selvatiche non tengono conto degli avvertimenti dei servizi di sicurezza e un bel giorno si ritrova in una cella a subire le violenze più orride. Sinan Antoon sceglie un escamotage narrativo, poco più di un pretesto, per il suo esordio e ricostruisce la storia di Furat attraverso un manoscritto ritrovato durante il trasferimento di una delle segrete del regime. E' di Furat che, anche prigioniero, violentato, distrutto, si affida alla parola per aprirsi un varco nel buio. Per eccesso di zelo, gli uomini del dipartimento di pubblica sicurezza si trovano così a dover ricostruire, interpretare e in molti passaggi riscrivere le "ambiguità" delle parole di Furat e in un flashback dopo l'altro Sinan Antoon trova il modo di raccontare la vita di Baghdad assediata e consumata dalla realtà di un regime da incubo. Sarà anche per questo che nella coda del manoscritto di Furat e quindi della "rapsodia" di Sinan Antoon la scrittura prende una forma liberatoria e in una luce onirica trova la sua conclusione. Aspra e toccante.

Marco Denti  (17-12-2010)

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