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Come si ascolta il jazz
The Jazz Ear. Conversations over Music
Ben Ratliff 
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Musica, Stati Uniti 2008
242 pp.
Prezzo di copertina € 16
Traduzione: Marco Bertoli
Editore: Minimum Fax , 2010
ISBN 9788875212667


Minimum Fax

Una serie di interviste (Wayne Shorter, Pat Metheny, Sonny Rollins, Ornette Coleman, Joshua Redman, Branford Marsalis e altri) condotte con grandi jazzisti in maniera insolita, ma molto interessante (ovvero ascoltando insieme le loro musiche prefererite) conduce alla creazione di un utile metodo per affrontare, da neofiti come da esperti, la sublime arte del jazz.

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Come si ascolta il jazz: In compagnia di note di libertà, sentendo il jazz con Ben Ratlif

I musicisti jazz hanno sempre più cercato di collegare fra loro gli apparenti vicoli ciechi della storia, mostrando così il senso delle fratture fra tradizione e innovazione oppure arrivando a comprendere che quelle che sembravano fratture non erano affatto tali.

Gli incontri di Ben Ratliff sono rivelatori e liberatori, soprattutto per chi ama la musica al punto di parlarne e di scriverne, due forme d'espressione che non sempre riescono a renderne l'idea della bellezza. Il suo metodo di avvicinamento all'idea di una "conversazione sulla musica" (che vuol dire anche "sopra" la musica) prevede piccole tappe di aggiramento degli ostacoli, qualche spicciolo trucco per giocarsi le carte migliori nelle interviste, quel tanto di confronto da rendere umani anche i colossi del jazz che ha di fronte perché poi "ascoltare musica in compagnia di qualcuno è un atto di intimità, perché la musica si rivela per gradi". Ognuno cerca di interpretarla con gli strumenti che ha: chi spiega le suddivisioni ritmiche e i materiali degli strumenti, chi racconta le connessioni con la vita quotidiana, chi evoca fantasmi (Charlie Parker il più gettonato) e chi si rifugia nelle frazioni di tempo e nelle notazioni musicali per descrivere un'emozione. Però più si va in alto e più è chiaro che l'ascolto, fermarsi a sentire un assolo di sassofono o una scansione sul rullante, è qualcosa di più, perché è lo stesso jazz visto dai musicisti che va oltre la musica. A Ben Ratliff lo dicono un po' tutti, ma sono due leggende viventi a spiegarlo meglio degli altri. Il primo, Sonny Rollins, lo spiega soprattutto per i protagonisti, per i musicisti, per chi ci è dentro: "Questo è il jazz: jazz vuol dire libertà. Non credo sia obbligatorio andare sempre a tempo. Ma si può suonare in due modi diversi. Uno, senza pulsazione. L'altro, con una pulsazione fissa e si suona su quella. Ed è questo che io considero il paradiso, riuscire a essere così liberi, spirituali, musicali. Mi sembra di poter dire che è un'idea tuttora poco considerata". L'altro, Ornette Coleman, che sembra quasi rispondergli a distanza, dopo i due punti apre un'intera visione (per chi suona, per chi ascolta, per tutti): "La musica non è uno stile, è un'idea". L'obiettivo centrato da Ben Ratliff non risolve comunqe i dilemmi dell'ascolto (che alla fine è sempre soggettivo e incontrollabile), ma offre una gamma tale di suggestioni e suggerimenti (semplificati nelle discografie consigliate in appendice) da rappresentare una (prima) guida perfetta alla scoperta e alla riscoperta del jazz. Con un'ottica molto aperta, a tratti persino informale, come era e dovrebbe essere la natura del jazz. Lo dice anche Pat Metheny: "Preferisco se il jazz rimane una musica popolare. Non trasformiamolo in musica classica. Che resti una musica di strada, che accompagna la vita quotidiana delle persone. I jazzisti devono continuare ad adoperare i materiali, gli strumenti, lo spirito dell'epoca in cui vivono come punto di partenza per la loro arte". Si può partire da qui.

Marco Denti  (08-10-2010)

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