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L'hai mai guardata la luna tornando a casa?
L'hai mai guardata la luna tornando a casa?
Elisa Recchi 
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Romanzo, Italia 2009
164 pp.
Prezzo di copertina € 13
Editore: Enrico Folci , 2009
ISBN 978-88-89939-53-6


enricofolcieditorerisponde.wordpress.com

Una storia raccontata con un filo di voce, quale può essere quella dei ricordi. Un amore grande e potente come il vento, che come il vento a volte torna impetuoso e a volte cessa a prima vista di esistere. Un delizioso racconto che assomiglia molto a un prezioso e delicato servizio da tè di porcellana, unico perché imperfetto, unico perché estremamente fragile. Sara attraversa la vita con le sue parole e con i suoi pensieri, che le appaiono a volte incontrollabili ed estremamente dolorosi; Natale sembra avere poca dimestichezza con la dimensione a volte onirica, a volte potentemente soffice dei pensieri. Due anime alla deriva, due dimensioni che come due rette parallele rischiano di non incontrarsi mai. Ma la vita ha poco a che vedere con le leggi della fisica e della matematica, e il fluire dei ricordi ci insegna che, anche se attualmente ancora non dimostrato, esiste un varco accecante che collega anime come mondi, vite come dimensioni.

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L'hai mai guardata la luna tornando a casa?: La luna, a guardarla troppo, si diventa ciechi

Per te, per noi due: parole da leggere, ascoltare, rileggere quando capiterà di non ricordare, di vedere sbiadire i colori che hanno dipinto quadri appesi a muri senza chiodi. Quando capiterà di cercare una canzone senza più titolo. Quando il silenzio ci entrerà dentro fino all'orlo e resteremo in attesa di una storia da raccontarci o da raccontare a chi avrà voglia di ripercorrere la strada brecciata che ci ha portati esattamente dove siamo. L'importante è chiudere gli occhi e guardare la luna anche quando non si vede... Il vento accarezzerà la nostra carne fino a farci sentire le dita che hanno lavorato, amato e asciugato lacrime che ci hanno cresciuti come alberi, le cui radici si sono intrecciate perennemente. Con amore, Sara.

Facciamo un gioco, quello del se fosse. Se questo libro fosse un dolce sarebbe, vediamo, una meringa; se fosse un animale probabilmente sarebbe un daino appena nato; se fosse un luogo forse potrebbe essere una casa in riva ad un lago; se fosse un vestito sarebbe un golfino d'angora, rosa. E se questo golfino noi volessimo annusarlo, probabilmente odorerebbe di naftalina; un odore non fastidioso, latore di memorie per alcuni buone per altri cattive. Opera prima. Autrice marchigiana. Due elementi che potrebbero far incorrere nella tragedia. I marchigiani sono grandi lavoratori, dediti da sempre al sacrificio e con l'imprenditoria nel sangue. Ma dopo Leopardi, una voragine si è aperta sotto i piedi di una cultura letteraria che aspiri a chiamarsi tale.
Però. C'è sempre un però. Di fronte alla passione, quella vera, per un momento la critica fine a se stessa recede. Questo piccolo romanzo è frutto di un percorso di vita, di scelte reali fatte e non fatte. Costruito con l'ingenuità della passione fine a se stessa, ricettacolo dei sogni dell'autrice. Ma tutto questo è anche la sua piccola condanna. E' molto difficile far assurgere un romanzo a una condizione universalmente risolutoria. Bisogna leggere tanto, mangiare chili e chili di parole per far sì che la propria creatura diventi una risposta udibile e chiara per una parte, anche piccola, dell'umanità. E in effetti tutto questo si intravede nell'estremo e costante bisogno della scrittrice di appoggiarsi a pericolose stampelle nominali, riferimento continuo a realtà altre dal romanzo, come se da solo esso non bastasse a soddisfare. Tutto questo credo sia causato dall'inesperienza dell'autrice, che si ritrova qui a combattere per trasmutare le proprie esperienze interiori in senso percettibile. Per quanto l'autrice neghi di essere debitrice alla propria terra, è comunque la sua terra d'origine che accompagna le parole e i fatti di questo spaccato di vita. Sarebbe stato uguale vivere e leggere questa storia in un altro posto? Io credo di no. Questa terra ha un sapore diverso dalle altre, né migliore né peggiore, ma esclusivo. La dimensione umana, familiare che colora costantemente questo romanzo breve, se da una parte dà sapore, dall'altra rischia però di essere un aspetto estremamente vincolante: portata a volte all'eccesso, minaccia di stritolare il lettore in un luogo mentale troppo stretto e astruso, lontano dalla sua esperienza personale, isolandolo in qualcosa di incomprensibile. Le emozioni, infatti, la loro evocazione ha bisogno necessariamente di immediatezza e di semplicità verbale. Non potremmo attraversare un campo di fango indossando tacchi a spillo e camicette con i pizzi.
Il tempo è il cardine di questa porta socchiusa nell'intimità di ciascuno di noi, e l'autrice è come se indossasse qualcosa tagliato su misura, adatto alla sua natura e alla sua penna. Troppo adatto a lei, allontanandosi, forse, da quello che è adatto per ciascuno di noi.


Chiara Bordoni  (26-06-2010)

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