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Io ti perdono
Io ti perdono
Elisabetta Bucciarelli 
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Noir, Italia 2009
256 pp.
Prezzo di copertina € 14
Editore: Kowalski , 2009
ISBN 9788874966882


Kowalski

In un paesino della Val d'Aosta, in una zona rocciosa e frondosa come i suoi abitanti, si susseguono da tempo le sparizioni di alcuni bambini. Le sparizioni si risolvono in riapparizioni, tragiche però perché i bambini tornano dai loro genitori vivi ma violati, sia psicologicamente che fisicamente. Il parroco di questa piccola comunità chiede la presenza di una donna, psicologa, ora poliziotta. La chiama con la promessa di rivelazioni sul caso, ma pretendendo da lei una conversione apparentemente morale, senza la quale, secondo lui, le sarebbe impossibile aiutare sia i rapiti, che il rapitore.

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Io ti perdono: Le tragedie a pezzi non sono pezzi di tragedie

"Io credo che tutti alla fine si somiglino. Credo che tutti abbiano qualcosa o qualcuno da perdonare. Solo se stessi, magari. Ma sono anche convinta che perdonare non sia passare sopra alle cose con generosità o leggerezza. Credo sia farsi lacerare e dilaniare fino a che la resa diventi inevitabile. Il perdono non è una dichiarazione di intenti. E' una conquista."
"E' un cammino lungo, non devi avere fretta."
"Ma poi si riesce a stare in pace? Perdonare e dimenticare il torto e chi l'ha commesso, se stessi e le proprie mancanze?"
"Solo Dio può perdonare il peccato. L'uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore."


Qui non si discute un racconto. Qui si sta parlando della fortuna, che chiameremo dono, di avere una storia da raccontare. La nostra vita è una trapunta costellata di peluria, di sassi, di sporcizia e di cose perdute. Quindi, riuscire a trasformare qualcuna di queste cose in una storia da raccontare è un evento prezioso e delicato.
Parlare di uno spicchio di oscurità è cosa complicata e fastidiosa. Abbiamo veramente bisogno di ricordare quanto l'uomo sia cattivo con l'uomo? In verità, non ne abbiamo mai abbastanza. Dovremmo averlo impresso a fuoco nella mente. Abbiamo bisogno di immaginare ciò che viene fatto a decine di migliaia di bambini ogni giorno, ogni minuto, perfino ora? Fa male ma la risposta non può essere che affermativa. Dobbiamo. Però. Avere il dovere di non dimenticarlo mai non implica che lo si possa raccontare in qualsiasi modo. Non è il contenuto che prevale sopra tutto. Bisogna che la storia, in questo caso, sia la parola.
Amiamo le parole, devono diventare le nostre confidenti, devono essere segreti sussurrati all'orecchio. Una volta lasciate libere, ci appartengono. Chiunque sia stato a sprigionarle. Ma in questo libro, una piccola voragine si apre proprio sotto le parole.
In sintesi, quando le parole diventano un muro, non c'è modo per noi di appropriarcene e la nostra coscienza le osserva con la coda dell'occhio, diffidente, incapace di farsi attraversare da quello che trasportano.
In fin dei conti, il lettore è un essere relativamente semplice; anche il più cerebrale chiede con la pancia e aspetta, leggendo, di sentire di essere vivo.
In questo libro, la magia rimane inerte. Non ha il tempo di trasformare il fossile in pianta vivente. Vorremmo tanto conoscerli, i personaggi che si muovono tra le pagine di questa storia, ma i loro volti ci sfuggono, sono come un quadro astratto, con i volti incompleti e dai tratti spigolosi. Le loro viscere ci restano sconosciute, le loro emozioni fastidiosamente sbranate.
L'impressione è che la trama di questa nostra trapuntina sia fatta con fili d'oro. Questo tanto per dire che la storia, in sé, merita di essere raccontata e conosciuta. E' la stoffa usata per dare un letto alla trama che non va bene. Non possiamo indossarla, perché non è ben chiaro da quale lato la si possa indossare. Sono i concetti che cercano di farsi strada che finiscono per impantanarsi e sparire nelle sabbie mobili della nostra comprensione.


Chiara Bordoni  (26-06-2010)

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