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Racconti italiani
Racconti italiani
John Cheever 
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Racconti, Italia 1978
94 pp.
Prezzo di copertina € 14
Traduzione: Leonardo Giovanni Luccone
Editore: Fandango , 2009
ISBN 978-88-6044-119-5


Fandango

Una eccentrica vecchia zitella e la sua irascibile domestica nascondono forse un segreto? La vita oscena e indecente di Brimmer, tipico satiro moderno, è tutta nel segno del fallimento o, nella sua amoralità, ha ragione lui? E' meglio essere poeta o autore televisivo di successo? Meglio fare poesia o pornografia? Riusciamo a immaginare una duchessa che cuce, canta, lavora a maglia, e fa entrare in cucina i nobili pretendenti mentre mette in forno un pasticcio di carne e rognone? Possiamo aspettarci di tutto da un autore che, prima del viaggio in Italia cui si ispirano questi racconti, annota sui suoi Journals: "Ho paura che potrei innamorarmi di una duchessa di facili costumi o di un adorabile e giovane commesso, ma non è poi questo ciò che conta. Con animo aperto e questo affare capriccioso tra le gambe non mi resta che giocarmi le mie carte e confidare nel Signore".

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Racconti italiani: Un americano in Italia

La storia della nostra vita non è di certo scritta nell'aria o nell'acqua, eppure sembra che possa venir raccontata dai battiscopa graffiati, dagli odori, dal gusto nello scegliere quadri e mobili, e il clima che respiriamo in ogni casa è caratteristico come gli improvvisi stravolgimenti del tempo in spiaggia.

Tra il 1956 e il 1957 John Cheever visse per dieci mesi in Italia e le storie raccolte in Racconti italiani si ispirano a quel soggiorno.
"Qui va tutto a gonfie vele" leggiamo in IV di copertina. Ma siamo sicuri che le cose stiano davvero così?
In questi racconti di Cheever ci sono il sole, il mare, la luminosità di giornate trasparenti, e poi quasi tutti i protagonisti sono "in vacanza", una condizione che è in qualche modo sinonimo di libertà, riposo, mente sgombra da pensieri e preoccupazioni. In vacanza si lasciano alle spalle la routine e la noia mortale di giorni tutti uguali, grigi e monotoni.
Che cosa si potrebbe chiedere di più dalla vita? Ma... c'è sempre un ma.
Da dove nasce il senso di spaesamento di questi "turisti per caso"?
E' lo spaesamento di Cheever stesso, un disagio esistenziale che lo accompagnerà sempre e che ha le sue radici in una personalità complessa e contraddittoria, contraddittori lui e i suoi personaggi.
Esemplare è la sua vicenda umana così come la sua vocazione narrativa, se è vero che a dodici anni chiese al padre di poter abbandonare la scuola per dedicarsi allo scrivere "senza - però - cercare di diventare ricco e famoso".
Famoso lo diventerà per i suoi cinque romanzi e soprattutto per gli oltre cento racconti apparsi in trent'anni sul New Yorker. Lo stesso Cheever scherzosamente ricorda che il New Yorker gli ha procurato "una schiera di lettori attenti e sensibili e denaro sufficiente per mantenere la famiglia e comperare un vestito nuovo ogni due anni".
Sembra la filosofia di chi è appagato, soddisfatto di sé per aver avuto dalla vita più di quanto si aspettasse. Poi arriveranno anche premi e riconoscimenti importanti, anche se non sufficienti per salvarlo dalla schiavitù dell'alcool e dall'incubo della depressione.
Ma torniamo a questi Racconti italiani che sono davvero dei piccoli gioielli e che giustificano la fama di Cheever quale maestro, assieme a Raymond Carver, della short story.
I personaggi in cui ci imbattiamo sono straordinari, hanno una caratterizzazione psicologica che li rende indimenticabili.
"Asa Bascomb, il vecchio poeta laureato, vagava per il suo laboratorio o studio - non era mai stato in grado di dare un nome a un posto dove si scrivono poesie - schiacciando calabroni con una copia della Stampa e chiedendosi perché non gli era mai stato assegnato il Nobel". Famoso in tutto il mondo per la spiritualità dei suoi versi, si scoprirà capace di scrivere solo limerick osceni, lascivi e volgari non-sense, e anche una lunga ballata intitolata Il peto che salvò Atene, in una inarrestabile e inflessibile "deriva pornografica".
Seton invece è un autore televisivo americano e ha firmato una odiosa sit-com intitolata The Best Family. Quando si è reso conto della ipocrisia del mondo della televisione e della mediocrità del suo lavoro, ha rassegnato le dimissioni ed è fuggito in Italia con moglie e figli. Nel paese di mare dove è approdato e dove trascorre una serena vacanza, per mascherare quella che vive come una vergogna, dice di essere un poeta. "Ma ora la sua The Best Family è trasmessa anche dalla televisione italiana e le asinaggini che ha scritto saliranno sulle torri di Siena, risuoneranno nelle antiche vie di Firenze... Oggi, domenica, trasmettono la prima puntata".
Del protagonista di Le case al mare non conosciamo nemmeno il nome, ma questo non ci impedisce di esplorare con lui le case che ogni anno prende in affitto per le vacanze, con lui cerchiamo di capire da mille indizi chi abita in quelle stanze. In alcune case si respira aria di gioia e serenità, in altre di mistero, in altre ancora solitudine e disillusione.
Cheever ci racconta queste e altre storie con uno stile asciutto, scarse concessioni alle arti retoriche e frasi spesso brevissime che quasi non conoscono subordinate. A volte poi, quando meno te lo aspetti, ecco digressioni e descrizioni che nascono da uno sguardo curioso, attento, partecipe a cose e persone.
Il linguaggio è piano, scarno, ma ogni parola è unica, indispensabile e insostituibile.
"La prima volta che rubai da Tiffany pioveva". Un incipit straordinario nella sua essenzialità, che prelude ad una lettura ricca di suggestioni, di ironia e di poesia.


Giancarlo Montalbini  (11-02-2010)

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