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L'offesa
L'ofensa
Ricardo Menéndez Salmòn 
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Romanzo, Spagna 2007
152 pp.
Prezzo di copertina € 13,50
Traduzione: Claudia Tarolo
Editore: Marcos Y Marcos , 2008
ISBN 978-88-7168-470-3


Marcos y Marcos

La storia - stiamo parlando della seconda guerra mondiale - si intreccia con le vicende umane di Kurt Cruwell, professione sarto, che Hitler chiama a combattere nel suo esercito. "Mi sa che da tutto questo non verrà fuori nulla di buono" dice suo padre al momento del commiato. Mai parole furono più profetiche. L'orrore della guerra diventerà l'orrore della malattia mentale di Kurt, forse l'unico modo per sopravvivere nonostante tutto, la risposta drammatica a un Male troppo grande.

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L'offesa: Un Male troppo grande

La memoria non è uno strumento dell'uomo, un docile aiutante, un servo efficiente; si direbbe piuttosto che l'uomo sia un lacchè della sua memoria. Perché l'uomo si indebolisce, si distrae, si deteriora, mentre la sua memoria si mantiene salda, capillare, incorruttibile; e mentre l'uomo sbaglia, si ammala, perde i denti, innalza mura, si nasconde, o divora i suoi simili, lei rimane all'erta, ad assorbire tutto, conservare tutto, classificare tutto.

"Più avanti avrebbe capito che l'uomo è l'unico animale che ha bisogno di ottundersi per farsi coraggio, e che alle porte stesse dell'inferno non stona la figura di un giovane che balla il foxtrot mentre calano le falci e un plotone di ratti famelici, con le code lunghe e gli occhi gialli, affila i denti nella tibia di un cavallo morto. In fin dei conti, anche la filosofia meno raffinata insegna che la vita assomiglia più a un quadro di Bosch che a una bucolica colazione sull'erba".
Partendo da questa premessa Ricardo Menéndez Salmòn ci racconta gli orrori della guerra e ce li fa vedere attraverso gli occhi di Kurt Cruwell sarto di Bielefeld, nonché organista nella chiesa di S.Nicola, nonché fidanzato di Rakel Pinkus, professione dattilografa, ebrea.
Hitler lo strappa alla sua vita un po' monotona, alle sue abitudini rassicuranti, ai suoi sogni e alle sue speranze di ventiquattrenne, per farne un soldato.
"Cerca di non farti notare dai tuoi superiori. Ricorda che sei soltanto un sarto, non un soldato" gli consiglia suo padre prima che parta, e Kurt, che non si interessa di politica, non si lascia contagiare dall'entusiasmo dei compagni d'arme. Anche in prima linea vive l'esperienza della guerra con distacco, spettatore che non comprende appieno il senso di quanto sta accadendo.
E quando se ne renderà conto sarà la fine.
Testimone dell'eccidio dell'intera popolazione di un villaggio nella Francia occupata, Kurt staccherà la spina in modo tanto improvviso quanto imprevedibile.
"Di fronte alle aggressioni del mondo il corpo si tutela. Un batterio attiva le sue difese; un temporale drizza i peli delle braccia, della nuca, delle gambe; un cibo tossico rilascia gli sfinteri. E l'orrore? Come reagisce il corpo di un uomo in presenza dell'orrore? ... Può un corpo distaccarsi dalla realtà? Può un corpo, di fronte all'aggressione del mondo, di fronte all'orrore del mondo, di fronte alla brutalità del mondo, sottrarsi alle proprie funzioni, rifiutarsi di continuare a essere corpo, sospendere le proprie facoltà, rinunciare a essere quello che è?".
E' quanto accade a Kurt alla vista di novantun civili che bruciano nel rogo di una chiesa di pietra mentre un soldato filma lo spettacolo con una Paillard da sedici millimetri.
Insensibile al freddo, alla fame, al dolore, emozioni e sentimenti ridotti a puri nomi che non parlano né al cuore né alla pancia, Kurt è un automa condannato alla più assoluta apatia.
Ricardo Menéndez Salmòn penetra con straordinaria maestria questa realtà così difficile anche solo da immaginare e mette in atto una efficace analisi psicologica che ha come oggetto non la malattia mentale in sé ma la malattia mentale quale ultima difesa, unico possibile stratagemma per sopravvivere.
Nell'amore di Ermelinde, infermiera in un ospedale sulle coste della Bretagna, Kurt troverà non l'impossibile guarigione ma un rapporto umano nuovo, un legame importante, l'unico legame con il mondo.
Appena dietro l'angolo c'è il rischio del sentimentalismo lezioso e di maniera, ma Salmòn è troppo bravo per cadere nella trappola, e ne esce con apprezzabile senso della misura, sensibilità e poesia:
" ...amore era una parola sfuggente, confusa, piena di pori attraverso i quali filtravano altre forme di affetto - la compassione, la pietà, persino la fraternità - ma come chiamare altrimenti quel sentimento pervasivo, riassunto nel color carminio che ora Ermelinde donava alle sue labbra e nell'azzurro che illuminava i suoi occhi, o nell'insolita richiesta di Kurt di tagliarsi i capelli e di farsi procurare da Lasalle un vestito borghese, un cappello Borsalino e un paio di scarpe nuove".
Quando, nonostante tutto, Kurt sembrerà aver trovato un nuovo equilibrio, la situazione precipita ancora. Quel passato mai dimenticato, anche se incapace di suscitare in lui echi e suggestioni, tornerà di nuovo in un finale aperto che lascia spazio a dubbi, domande e paure.
Alla sua uscita in Spagna questo libro ha suscitato immediati e unanimi consensi mettendo d'accordo pubblico e critica, e in poche settimane è diventato un vero caso letterario.
Molteplici gli elementi che hanno decretato questo successo, non ultima la scrittura di Ricardo Menéndez Salmòn che è sobria e al contempo elegante, raffinata senza mai essere stucchevole.
Eppure si ha l'impressione che dietro le parole ci sia altro, si avverte il bisogno di una riflessione, generale e privata, sul dolore, sulla violenza disumana della guerra, sull'orrore che a volte l'essere umano deve sopportare. C'è a tutto questo un limite? Cosa può fare il singolo per salvarsi da quell'orrore o può solo subirlo?
Salmòn ha dato la sua risposta. Noi dobbiamo dare la nostra.


Giancarlo Montalbini  (09-08-2009)

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