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All'improvviso mi mancano tutti
All'improvviso mi mancano tutti
Simone Ungaro 
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Racconti, Italia 2009
83 pp.
Prezzo di copertina € 10
Editore: Polimata , 2009
ISBN 978-88-903468-1-1


Polimata

Otto racconti dalla connotazione quotidiana apparentemente costruiti sul nulla, in realtà ricchi di suggestioni e di echi interiori profondi. Personaggi comuni si trovano a vivere situazioni ordinarie: un battibecco alla cassa di un supermercato, caffè e brioche in un bar di mattina presto, parole al vento tra amici su una panchina, una giovane coppia che vive con i suoceri di lui e deve inventarsi il modo per non andare a fondo.

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All'improvviso mi mancano tutti: Facciamo finta che tutto va ben

In salone c'è questo armadietto in cui la moglie non guarda mai. Ogni volta che lo apre l'uomo si ricorda che "ciascuno ha il dovere di crearsi delle piccole isole di disordine, sia pure di nascosto" e non si ricorda dove l'abbia letto.

Si leggono tutti d'un fiato i racconti di Simone Ungaro, e in quel "fiato" c'è il loro limite ma anche il loro pregio. Hanno la consistenza delle nuvole - o forse bisognerebbe parlare di inconsistenza vista l'impossibilità di afferrarli e di stringerli - ma non le nuvole estive bianche e vaporose, non cirri ma cumulonembi pesanti e grigi.
Proprio la tonalità dei grigi è quella dominante in queste pagine, come se non ci trovassimo tra le mani un'opera di narrativa ma un album di fotografie in bianco e nero.
Questi racconti sono istantanee un po' sfocate che rimandano ad un vissuto quotidiano, ad una realtà comune dove abitiamo noi, il vicino di casa, l'inquilino della porta accanto, il pizzicagnolo che al mercato ha il secondo banco sulla destra, vicino a quello di frutta e verdura, e il gestore del chiosco di giornali giù in piazza.
Ordinari i protagonisti e ordinarie le situazioni che si trovano a vivere, rendendo immediato e automatico nel lettore il gioco dell'identificazione.
Da questo gioco però si esce con le ossa rotte e con l'amaro in bocca perché il comune denominatore è la fatica di vivere che affiora nella noia e nella ripetitività dei gesti, nel senso di sconfitta e di inutilità, nella stanchezza che domina ogni pagina.
Non solo i contenuti ma anche la forma espressiva, sempre semplice ed essenziale, sembrano rimandare al minimalismo di Raymond Carver, e per uno scrittore esordiente è un paragone non da poco, un impegno e un augurio.


Giancarlo Montalbini  (17-07-2009)

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