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L'albero di fumo
Tree of Smoke
Denis Johnson 
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Romanzo, Stati Uniti 2007
700 pp.
Prezzo di copertina € 22
Traduzione: Silvia Pareschi
Editore: Mondadori , 2009
ISBN 9788804581543


Mondadori

Dentro i contorni torbidi e mai chiariti della guerra del Vietnam, s'intrecciano le storie di agenti della CIA, forze speciali in acido, volontari in missioni impossibili, piccole e inadeguate forze di pace nel vortice di un conflitto che divora tutto e tutti.

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L'albero di fumo: Il mondo come guerra, nel Vietnam di Denis Johnson

Mentre il panarabismo degli anni sessanta era un progetto di unificazione politica che coinvolgeva l'élite al potere, il nuovo "panarabismo satellitare" è piuttosto un fenomeno culturale.

La mappa, in fondo, è quella di Apocalypse Now, tutto compreso: il colonnello che diventa troppo autonomo, gli americani in acido che si sparano tra di loro, la violenza e la brutalità gratuite, gli agenti dalle mille identità segrete e, naturalmente, tutto l'immaginario della guerra del Vietnam. Anche la realtà storica perché quando sul terreno erano più gli uomini in borghese di quelli in divisa, più i filosofi della guerra che i guerrieri, l'atmosfera non doveva essere molto diversa da quella che racconta Denis Johnson nelle prime pagine de L'albero di fumo. Una sorta di vacanza sperimentale, dove tutto era lecito o perlomeno tollerato perché l'intenzione dichiarata era "gonfiare le idee fino a farle scoppiare. Siamo all'avanguardia della realtà. Ai confini del sogno". Con Denis Johnson, il Vietnam diventa un campo di battaglia psicologico, dove i risultati sul campo, le strategie, le missioni più o meno segrete si confrontano e si confondono con una guerra molto più complessa e irrisolvibile, quella tra illusione e realtà. Come dice uno dei protagonisti: "Non c'è un cazzo di differenza se vinciamo o perdiamo. Viviamo nel post-trash, bello. Sarà un eone molto breve. Nel circuito ectoplasmico, bello, dove i leader dell'umanità sono tutti collegati inconsapevolmente tra loro e con le masse, è stata presa l'unanime decisione mondiale di devastare questo pianeta e trasferirci altrove. Se lasciamo che questa porta di chiuda, se ne aprirà un'altra". Seguire le gesta di Skip e Francis Sands o dei fratelli Houston o di Kathy Jones diventa relativo: nel "merdaio con fuochi d'artificio" ogni ossessione, ogni paranoia vive di vita propria e nella scrittura densa e elegante di Denis Johnson si trasforma in dialoghi sferzanti, immagini vividissime e una fitta trama di legami, interpreti, comparse, personaggi, maschere, fantasmi imprigionati per sempre nei propri ruoli perché, come dice James Houston, "non è mai domani, in questo film del cazzo. E' sempre oggi e basta". Come se il tempo si fosse fermato, come se la guerra fosse solo un'altra delle porte della percezione, come se l'orrore fosse infinito, come se il Vietnam fosse ovunque e per sempre. Un capalaovoro maestoso e visionario.

Marco Denti  (08-05-2009)

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