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Day
Day
A. L. Kennedy 
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Romanzo, Inghilterra 2007
369 pp.
Prezzo di copertina € 15
Traduzione: Federica Aceto
Editore: Minimum Fax , 2008
ISBN 978-88-7521-185-1


Minimum Fax

Che cosa cerca, che cosa spera di trovare Alfred Day tornando nel campo di prigionia nazista dove è stato internato? La guerra è finita da tempo, ma è poi davvero finita per lui? Alfred Day ha con sé una Luger pronta a sparare. Forse quel ritorno indietro nel tempo sarà il suo ultimo viaggio, o forse gli restituirà un altro Day, una serenità e un equilibrio che credeva smarriti per sempre.

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Day: "Guerra sul set"

Sai, quando sei stato in aviazione per un po', riesci a capire le cose. Vedevi un tizio che si sedeva in sala istruzioni, o che accarezzava il cane, o che magari passava davanti a una porta, e avvertivi dentro un senso di pesantezza, inconfondibile, e lo capivi subito che erano morti. Erano già morti. La mattina dopo qualcuno ce lo diceva, o lo venivamo a sapere dopo qualche giorno, ma era già tutto deciso da molto prima. E io riuscivo a capirlo.

Day è certo un romanzo di non facile lettura ma A.L.Kennedy dimostra di essere una scrittrice di razza già nella felice invenzione narrativa su cui si fonda tutta la storia.
Siamo in un campo di prigionia nazista che, finita la guerra da quattro anni, è diventato un set cinematografico. Per rendere più realistica e credibile la ricostruzione, molte comparse sono ex soldati che in quel campo sono stati internati. Che cosa può averli indotti a tornare? Per qualcuno vuol dire cercare di esorcizzare, rivivendoli, ricordi troppo dolorosi. Per altri, magari, è solo l'occasione per finire qualcosa rimasto in sospeso, fosse anche tornare a scavare un cunicolo, una via di fuga rimasta interrotta.
Anche Alfred Day, arruolatosi a suo tempo volontario in aviazione, ha lasciato qualcosa in sospeso. Il programma prevedeva trenta voli e con la sua squadra sono arrivati al ventottesimo, quel maledetto volo n. 28 quando erano stati colpiti dalla contraerea tedesca. Tutti morti tranne lui.
"Vengo tra un attimo, Capo. Tu vai.
Brutto il sorriso che ti fa orribile.
Fammil piacere tu vai.
Capisci che non ce la fa più a tenerlo su e che vuole andare a casa e anche tu vuoi andare a casa con lui e ha due occhi azzurri il comandante come se avesse nella testa tutto il cielo del mattino".
Il suo comandante gli manca e gli manca tutta la sua squadra. Ad Alfred manca la guerra, l'unico luogo dove aveva un suo ruolo, una identità precisa: Alfred Day, mitragliere di coda.
Il comandante e gli altri si fidavano di lui, erano suoi amici, e questo era più di quanto avesse mai avuto. Insieme erano una squadra. Insieme potevano giocare alla guerra, ridere a ogni obiettivo colpito, volare e rischiare la vita senza paura e senza rimpianti. Ogni volo poteva essere l'ultimo, una scommessa da vincere o perdere ma sempre insieme. E invece tutti gli altri erano morti, Alfred Day l'unico sopravvissuto.
E poi ad Alfred manca Joyce, conosciuta a Londra in un rifugio, sposata con un soldato che forse non tornerà dal fronte.
"- Mi scusi. Non so come si chiama, sergente. Ho visto bene, lei è un sergente?
Si gira appena e appoggia una spalla contro la sua, gli copre i galloni, gli mette il cuore in mutande. La saliva in bocca così densa da intralciarlo nel parlare.
- Si ... sono un sergente da pochissimo. Mitragliere. Ma non ho ancora fatto nulla.
- Ma avrà anche un nome?
- Alfie, direi.
- Ciao, Alfie diresti.
- Ciao.
- Potresti chiedermi come mi chiamo io, se ti va.
- Bè, non lo so se ... forse non dovrei.
- Io sono Joyce.
- Ah ... piacere Joyce".
Questo dialogo un po' surreale doveva segnare l'inizio di un amore forse impossibile, l'unico amore per Alfred. Anche quello era stato un regalo della guerra.
A.L. Kennedy ci racconta tutto questo con una prosa sincopata, trattenuta, a volte sospesa. Ogni tanto poi il periodo decolla in uno spazio più ampio, libero, ma è come volare in una nuvola, navigazione a vista con la strumentazione che non funziona, sempre pronti ad un vuoto d'aria che ti risucchia e ti precipita improvvisamente giù in picchiata, e speri solo che si recuperi l'assetto un momento prima della fine.
A spezzare il ritmo il continuo sovrapporsi di presente e passato, il campo di prigionia che diventa un palcoscenico, realtà e finzione che si mescolano e, nella mente di Alfred, si confondono.
E poi ogni tanto ci sono i suoi pensieri che si intrufolano in presa diretta, pensieri scomodi, da tenere sempre sotto controllo perché non prendano il sopravvento, pensieri pericolosi da mettere a tacere. E' una voce interiore che gli parla e che solo lui può sentire.
Alfred Day è davvero pazzo come credevano i suoi commilitoni? Alfred e Ringer, il pazzo e l'idiota.
No, forse non è pazzo, è solo confuso, incerto, spaesato e fragile. Ma la guerra lo ha aiutato a trovare se stesso, l'amicizia, l'amore. La fine della guerra lo ha precipitato di nuovo nell'insicurezza, nella fatica di vivere. Riuscirà ad uscire dal tunnel?


Giancarlo Montalbini  (29-03-2009)

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