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Dopo la fine dell'arte
After the End of Art. Contemporary Art and the Pale of History
Arthur Coleman Danto 
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Saggio, Stati Uniti 1997
282 pp.
Prezzo di copertina € 28
Traduzione: Nicoletta Poo
Editore: Bruno Mondadori , 2008
ISBN 978-88-6159-133-2


Bruno Mondadori

Un testo sulla morte dell'arte, questa volta definitiva. E' quanto afferma Arthur Coleman Danto in Dopo la fine dell'arte. Già, definitiva poiché per il teorico e critico d'arte statunitense l'arte è morta con l'avvento della Pop Art, avanguardia di una nuova era artistica. Dopo di allora l'arte non ha più nessuno scopo narrativo e non è più organica alla società dato che gli anni '60 hanno segnato un confine netto fra il passato e l'oggi. Oggi l'arte visiva è solo un coacervo di stili e il compito dei critici d'arte non è più basato su il confronto fra gli artisti, poiché tutti loro possono fare di tutto in questo campo. Si è ormai al di fuori della Storia dell'Arte, dichiara lo studioso. Questo testo ne traccia il confine.

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Dopo la fine dell'arte: L'arte è morta, ma nessuno se n'era accorto

Per poter parlare di arte, non c'è l'obbligo che esista un oggetto da guardare; se compaiono oggetti in uno spazio espositivo, possono avere qualunque forma.

"L'affermazione che l'arte sia finita riguarda di fatto il futuro, non nel senso che non ci sarà più arte, ma nel senso che l'arte che verrà sarà arte dopo la fine dell'arte, vale a dire, come ho già chiarito, arte poststorica." Questo il concetto base. Una storia, quella dell'arte, o meglio dire dell'arte visiva, che avrebbe concluso la propria esistenza all'inizio degli anni '60 per mezzo della Pop Art. Una morte più volte enunciata da insigni studiosi, ma che era sempre scampata alla sua dipartita. Cosa sarebbe cambiato ora? Che l'arte, da fonte esclusiva di piacere visivo e intellettuale è divenuta un campo di ricerca fine a se stessa, e anziché essere regolata da precetti canonici, non ha più regole fisse. In poche parole, tutto è arte o per lo meno tutto può diventare oggetto di ricerche estetiche. Si tratta dunque di una forma d'arte che può sperimentare, emancipata dai canoni, nuovi percorsi. Una volta non era così: l'arte era prima di tutto fonte di comunicazione, poi grazie al primo storico dell'arte, il Vasari, gli esecutori di opere visive cominciarono ad essere considerati artisti a tutti gli effetti, ad iniziare da Giotto; e la pittura e la scultura iniziarono ad essere valutate principalmente quali origini di piacere intellettuale, senza mai dimenticare però il loro scopo comunicativo. Prima del Rinascimento l'arte non era considerata tale, e chi creava era apprezzato solo quale bravo artigiano. Poi, da quest'epoca fino alla metà del XIX secolo, fu tutto un susseguirsi di teorie, discussioni filosofiche e canonizzazioni di categorie artistiche. E seppur vi furono molti esteti che cantavano il "de profundis" dell'arte, in particolar modo della pittura, essa trovò sempre nuovi stimoli per continuare ad esistere. Fu con l'avvento degli Impressionisti che i filosofi ne decretarono la fine imminente, poiché la pittura stava rinunciando al suo ruolo di narrazione. Fu soprattutto Hegel ad annunciarne, solo in parte, la fine nelle sue Lezioni di estetica: "Per tutti questi riguardi l'arte, dal lato della sua suprema destinazione, è e rimane per noi tutti un passato. Con ciò essa ha perduto pure per noi ogni genuina verità e vitalità, ed è relegata nella nostra rappresentazione più di quanto non faccia valere nella realtà la sua necessità di una volta e non assuma il suo posto superiore [...] La scienza dell'arte è per ciò nel nostro tempo un bisogno ancor maggiore che nelle epoche in cui l'arte procurava già di per sé un completo soddisfacimento. L'arte ci invita alla meditazione, ma non allo scopo di ricreare l'arte, bensì per conoscere scientificamente che cosa sia l'arte." Quindi l'arte muore per rigenerarsi nelle sue nuove forme e nei suoi nuovi scopi: l'arte studia se stessa e in particolar modo la pittura. Però, prima che l'arte giungesse a questo scopo superiore, dovevano nascere le avanguardie artistiche con tutto il loro nichilismo. Solo dopo la loro tabula rasa l'arte poteva assurgere a scopi puramente filosofici e il ruolo dell'artista diverrà solo quello di far meditare gli osservatori sul ruolo dell'arte nell'arte. O della pittura fine a se stessa, poiché negli anni '50 - nel pieno regime dell'arte astratta, o per meglio dire "non oggettiva" - artisti del calibro di Pollock assurgeranno a simbolo di una nuova stagione pittorica, ma anche allora l'arte rientrava ancora nei parametri della storia dell'arte. Anzi, con l'avvento del Dripping e della pittura "gestuale" critici americani faranno di questo genere di arte "l'arte assoluta" dettandone le regole, nuove direttive, per essere solamente fine a se stessa, appunto. E proprio da questi assunti Danto procede in una analisi serrata per confutare queste concezioni, è questo il punto focale del testo, poiché dalle sue contro tesi si dipana la sua teoria, che può essere riassunta così: l'arte morì quando la Pop Art reputò ogni oggetto ed ogni forma comunicativa degna di essere considerata arte, riproducendola in ogni suo particolare. Danto definisce questo il primo passo verso l'arte atemporale, l'arte al di fuori della storia artistica, dato che la definizione di cosa considerare arte deve essere riformulata completamente. Non si tratta più di arte cultuale e comunicativa come la si intendeva nel Rinascimento, non si tratta più di arte da contemplare come la intendevano i filosofi del '700 e tanto meno non si tratta più di arte a sfondo filosofico concettuale. Si tratta di una nuova e libera maniera di fare arte senza più barriere fra generi artistici, ogni artista può - da ormai trent'anni - produrre ogni tipo di oggetto: dalla installazione al video, dalla pittura, alla land art e così via, senza più vincoli costitutivi. Ma anche e soprattutto l'approfondimento degli elementi espressivi di un'opera d'arte contemporanea, per quanto ormai astorica, è a sua volta l'occasione di un'evoluzione sia pratica sia teorica di grandissima portata. Dato che l'arte visiva vuole comprendere la propria stessa realtà, si avvicina sempre più a questa. Su questa base Danto, dal punto di vista storiografico-artistico, compie un passo del tutto rivoluzionario. In questa calata dall'ideale classico al quotidiano, valori fra loro opposti come quelli rappresentati da un lato dal cosiddetto "espressionismo astratto" e dall'altro dalla Pop Art, si prospettano come successive e conseguenti. Dal Dripping di Pollock al Brillo Box di Warhol -a proposito del quale è problematico esprimersi per affermare se sia un semplice oggetto tra gli oggetti che ci circondano oppure un'opera d'arte- la distanza non è poi così estesa come un tempo si riteneva. Un'opera visiva, affrancatasi dalla filosofia, tende ora a esibirsi come una realtà oggettiva fra le altre. Certamente ci sono ancora e vi saranno nuovi modi di porsi rispetto all'arte, ma ormai non si potrà più parlare di storia dell'arte, poiché sia gli storici sia i critici non dovranno basare i loro studi in base ad un passato che non può esistere per queste nuove forme artistiche, né equiparare un artista ad un altro e tanto meno parlare e scrivere di scuole o di generi, poiché ognuno ha la propria forma mentis, casomai si può e si potrà solo riscontrare una certa rassomiglianza stilistica, ma senza per questo considerare un artista vicino ad un suo collega. Si è così realizzato, almeno in parte, il sogno di Marx ed Engels in cui ogni uomo potrà, a seconda del suo umore, essere un poeta, un pittore, uno scultore. Una considerazione ripresa successivamente da Andy Warhol quando disse che tutti possono essere artisti. "Qualunque cosa sia l'arte, non è più fatta per essere soprattutto guardata. Forse scrutata ma non soltanto guardata. In questa luce, come deve comportarsi un museo poststorico, o cosa deve essere?" Ecco è il quesito che si è posto Danto, lui una risposta se l'è data scrivendo questo fondamentale testo. Sta ora al lettore condividere, o meno, il suo pensiero critico.

Roberto Barzi  (24-02-2009)

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