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Good morning Afghanistan
Good morning Afghanistan
Waseem Mahmood 
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Inchiesta, Inghilterra 2007
224 pp.
Prezzo di copertina € 14
Traduzione: Genni Gianfranceschi
Editore: Edizioni Clandestine , 2008
ISBN 9788895720029


www.goodmorningafghanistan.com
Edizioni Clandestine


Waseem Mahmood si accorge con sgomento che avrebbe dovuto occupare il posto 34G sul volo AA77 Washington Dulles to LAX Los Angeles. Se non avesse cancellato il viaggio per gli Stati Uniti, quella mattina dell'11 settembre 2001 sarebbe morto precipitando sul Pentagono. Sente che deve fare qualcosa. Ha bisogno di dimostrare a se stesso quanto avere avuta salva la vita sia stato importante. Waseem, inglese di origine pakistana, esperto di sviluppo dei mezzi di comunicazione nelle zone di guerra, ha un grande progetto: una radio libera per dare voce al popolo afgano.

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Good morning Afghanistan: Il popolo afgano fa sentire la sua voce

Quando il presidente Bush promise alla nazione di 'dare la caccia e scovare coloro che si erano macchiati direttamente o indirettamente di quel crimine', Farida ebbe la certezza che finalmente l'Afghanistan avrebbe avuto l'intervento militare americano che auspicava. Di quasi un milione di morti in Afghanistan nessuno se n'era accorto, ma adesso, con 3.000 morti nelle strade di Manhattan, l'attenzione del mondo improvvisamente si volse al suo sciagurato paese.

Dopo la guerra, la distruzione, bisogna ricostruire. E' il compito che svolgono persone come Waseem Mahmood, autore di questo libro. In Good morning Afghanistan Waseem racconta il progetto realizzato appunto in Afghanistan, paese devastato da oltre 23 anni di guerra, dittatura, violenze e soprusi. Una radio che dia la possibilità al popolo afgano di far sentire la propria voce, esprimere le opinioni che sono state per troppo tempo represse. Il progetto finanziato dalla CEE viene chiamato appunto Good morning Afghanistan che più che essere una citazione del celebre film con Robin Williams durante la guerra in Vietnam, è la traduzione dell'espressione dari 'Suba Khair' che letteralmente significa 'Alba Nuova', considerata di buon auspicio per il momento storico che il paese arabo stava vivendo. Per Waseem è una sfida personale che scaturisce dalla necessità di dover fare qualcosa di importante, di dimostrare per prima cosa a se stesso e poi al fato che la sua vita non è stata salvata inutilmente dal disastro dell'11 settembre. Ma anche perché è un pakistano nato e cresciuto nei sobborghi di Birmingham che per la prima volta sente sulla sua pelle l'odio degli occidentali. Dalle parole dell'autore si percepisce la fatica interiore di lavorare in territori devastati, di vedere ogni giorno sofferenza e degrado. Parlando infatti del suicidio di un suo stretto collaboratore afferma che nel loro lavoro "siamo costretti a confortare anime devastate dai conflitti, a raccogliere brandelli di quelle vite oppresse per ridare loro fiducia e speranza. Ma chi allevia in noi la depressione inevitabilmente correlata a tali esperienze? La verità è nessuno". Ma a dare la speranza e soprattutto un senso alle difficoltà che di volta in volta vengono affrontate c'è il genuino entusiasmo di giovani e giovanissimi, in questo caso afgani.
Per concludere mi sembra doveroso riprendere una frase del Mahatma Gandhi sull'inutilità dei conflitti che è riportata come monito nel libro. "Se la folle distruzione indotta nel nome del totalitarismo, fosse perpetrata nel sacro appello alla libertà e democrazia, che differenza farebbe per i morti, gli orfani e i senzatetto?"


Laura Laera  (14-01-2009)

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