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Mare di papaveri

Amitav Ghosh 
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Romanzo, India 2008
540 pp.
Prezzo di copertina € 18,50
Traduzione: Anna Nadotti Norman Gobetti
Editore: Neri Pozza , 2008
ISBN 9788854502208


Neri Pozza

La Ibis è una goletta efficiente che solca l'oceano Indiano trasportando un equipaggio che comprende una bella fetta di varia umanità asiatica e africana e una somma non indifferente di lingue. Lo scopo dei suoi viaggi, nella primavera del 1838, è strettamente legato al traffico di oppio, attività tra le più fiorenti e determinanti nell'economia coloniale del diciannovesimo secolo.

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Mare di papaveri: Love is the Drug, solcando un mare di lingue con Amitav Ghosh

Credo che un romanzo dovrebbe sempre avere una certa dose di rumore di fondo, che può non essere immediatamente comprensibile ma serve ad altri scopi.

Lo scenario scelto da Amitav Ghosh per riflettere sulle "circostanze incendiarie" che hanno alimentato il crescere del libero commercio è singolare e duplice: una nave che erra negli oceani con una miscela variopinta di personaggi a bordo e una serie di tappe e deviazioni che racchiudono tutta una geografia (e va da sé, anche una particolare economia). La Ibis, nave che "nuota come un cigno e vira come uno squalo", è un luogo viaggiante in un mare di lingue, un microcosmo dove si intrecciano dialetti, idiomi, slang e tutte le possibili deviazioni gergali. Il tessuto che ne deriva è denso e cosmopolita, non agevole da dipanare nella lettura, ma affascinante nella composizione come una sorta di sinfonia che avrebbe tutti gli elementi per tradursi in una stridente onda di cacofonia e invece si svolge con armonia e dolcezza, con tutti gli aromi e le atmosfere, ma anche con i conflitti e i contrasti. Onda dopo onda, sulla nave e dalla nave, il mare di Amitav Ghosh si svela a strati e in superficie il lettore troverà nell'immediato tutti i paralleli con la Cina e l'India onnipresenti nelle cronache moderne ma anche con le guerre dell'oppio (e di altre droghe) che non hanno mai cessato di esistere, si sono soltanto trasformate. Uno dei protagonisti, riassume così i contorni geopolitici del Mare di papaveri (tenendo conto che, ovviamente, nel diciannovesimo secolo l'India era una colonia inglese): "Molto semplicemente, non c'è niente che loro vogliano da noi, si sono messi in testa di non aver bisogno dei nostri prodotti e delle nostre manifatture. Noi, d'altra parte, non possiamo rinunciare al loro tè e alla loro seta. Se non fosse per l'oppio, il salasso per la Gran Bretagna e le sue colonie sarebbe insostenibile". Negli strati più profondi, oltre a scoprire e a riscoprire un narratore davvero straordinario, ci si ritroverà a confrontarsi proprio con il linguaggio che, in fondo, è il vero protagonista del Mare di papaveri. Come un suono continuo e distinto che emerge dalle parole, dalle vicende dei personaggi, dall'intersecarsi di colori e, ancora più a fondo, nel moltiplicarsi dei conflitti, che non sono solo quelli legati all'oppio, alle colonie e ai commerci, ma anche quelli dovuti alle caste, alla schiavitù e alla multiforme natura di una civiltà in fermento.

Marco Denti  (21-09-2008)

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