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Più lontana della luna
Più lontana della luna
Paola Mastrocola 
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Racconti, Italia 2007
296 pp.
Prezzo di copertina € 16
Editore: Guanda , 2007
ISBN 978-88-8246-916-0


Guanda

L'incontro casuale con le poesie dei trovatori provenzali segna una svolta nell'esistenza di Lidia. Trovare "l'amore da lontano" diventa per lei quindicenne l'unica cosa che abbia davvero un senso, il sogno da inseguire per trovare il suo posto nel mondo. Lidia fugge di casa e, con il suo cavallo, intraprende un viaggio alla ricerca di se stessa, un viaggio che la porterà lontano, a perdersi e a ritrovarsi. Chi può dire quale sarà il traguardo finale? Non troveremo forse quello che cercavamo, qualcos'altro, forse, che cercavamo senza saperlo.

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Più lontana della luna: E i vostri sogni dove sono finiti?

La realtà non è quella che si vede, noi non ricordiamo niente, veniamo da chissà quali altre vite che ogni tanto però riaffiorano, come gli gnocchi nell'acqua che bolle: prima se ne stanno belli sommersi al fondo e poi di colpo emergono in superficie, navigano sereni e non c'è più verso di riaffondarli. La vita come una pentola di gnocchi, insomma.

Quanti adulti hanno avuto quindici anni? E quanti se ne ricordano?
Paola Mastrocola ci viene in soccorso e con estrema sensibilità ci fa conoscere Lidia, ci introduce al suo mondo e al rovello dei suoi pensieri, ci consente di condividerne ansie, paure e contraddizioni, desideri e sogni.
"No, non sapevo se la pensavo giusta. E così me li facevo andare via quei pensieri strani, prima che mi uscissero in parole... Certe volte avrei voluto farmi piatta e strisciare lungo i muri, così nessuno li vedeva quei pensieri che cercavo di non avere".
Forse è una condizione tipica dell'adolescenza così come il perenne conflitto con se stessi, con i grandi, la ricerca di una identità che sfugge e il problematico confrontarsi con una realtà percepita come lontana, altra, a cui non ci si vuole, non ci si può adattare.
Lidia ha paura di crescere, di diventare adulta, vuole scappare da una vita piatta, monotona, uguale a quella di milioni di altre vite, sfuggire a quell'esistenza che i suoi desiderano per lei e che in qualche modo cercano di apparecchiarle, anche perché è l'unica esistenza che sono capaci di immaginare. No, quella vita a Lidia va troppo stretta, il suo sogno di fare il trovatore alla ricerca di un "amore da lontano" la porta a percorrere altre strade, a guardare oltre l'orizzonte che imprigiona l'esistenza di tutti.
"Mi buttai addosso la palandra, arraffai di corsa quattro cose e salutai. Andavo a fare il trovatore. Perché, se andavo a cercare uno che era lontano e che forse mi amava, cos'altro ero se non un trovatore? Era la sola cosa che la vita si fosse offerta di insegnarmi, la sola parola che avevo".
Quanto è importante la diversa prospettiva e come cambia la consistenza, la realtà delle cose. Il matrimonio con un ingegnere? La madre continua a ripeterle che è proprio fortunata. "Vai a fare la signora". Ma Lidia si sente come "un topo intrappolato in un enorme formaggio" e scappa di nuovo per rincorrere il suo sogno. Bellissimi i preparativi che riservano un'attenzione equamente distribuita per le necessità proprie e per quelle di Pino, il suo compagno di viaggio: il libro di poesie per sé e le carote per lui, per sé i vestiti di ricambio e un chilo di creta, per lui lo spazzolone di ferro, le caramelle per entrambi. "Mi alzai all'alba... Senza far rumore , scesi nella stalla, presi il cavallo e partii".
Lidia parte alla ricerca di se stessa e del suo posto nel mondo. Un viaggio mica da ridere.
A questo punto un intellettuale serio e preparato chiamerebbe in causa il romanzo di formazione con riferimenti al primo romanticismo e magari qualche citazione da Goethe o Novalis.
Ma io non sono serio e preparato. Non sono neppure un intellettuale e mi vengono in mente le fiabe dove c'è un bosco da attraversare pieno di insidie e di pericoli, la tentazione di fermarsi e cedere alla stanchezza, ma accade sempre qualcosa che spinge il protagonista a mettersi di nuovo in cammino. E d'altra parte il traguardo e la meta finale sono troppo importanti per pensare che siano dietro l'angolo. E noi il nostro posto nel mondo lo abbiamo trovato? Cos'è rimasto dei nostri sogni? Se sono evaporati al sole è colpa nostra, non ci abbiamo creduto abbastanza. O forse no, forse se le cose sono andate in un certo modo è perché letteratura e poesia saranno anche belle ma la vita è altrove. Lo aveva detto Antonietta all'inizio del romanzo: "I poeti non vivono, Lidia, se la inventano la vita". Ma Lidia è fuggita ugualmente inseguendo il suo sogno. Chi aveva ragione? Anche per Lidia, come per tutti, arriva il momento del bilancio: "Non avevo fatto il trovatore, questo no. Però, al fondo di tutta la catena, avevo trovato le cave. Era un fallimento? Non era quel che cercavo ma forse non sapevo di cercarle".
Se inseguiamo un sogno forse non lo realizzeremo, forse arriveremo a traguardi inaspettati, forse non è importante il dove arriveremo quanto il poter dire, alla fine, che comunque ne è valsa la pena.
Grazie a Paola Mastrocola che con questo romanzo ci insegna a sognare.


Giancarlo Montalbini  (03-07-2008)

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