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Unknown Pleasures
Unknown Pleasures. Joy Division, 1979
Chris Ott 
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Musica, Stati Uniti 2004
140 pp.
Prezzo di copertina € 12
Traduzione: Andrea Scarabelli
Editore: No Reply , 2008
ISBN 9788889155318


Feltrinelli

Passo per passo, dettaglio per dettaglio, la storia della gestazione del primo album dei Joy Division che, alla fine, si traduce in una sorta di biografia a distanza ravvicinata di Ian Curtis.

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Unknown Pleasures: Closer to the Unknown, alle radici dell'esordio dei Joy Division

Immagino che i sogni si esauriscano sempre. Non s'innalzano, s'inabissano. Ma ormai non m'importa più. Ho smarrito la forza di desiderare ancora. Non ho paura, per niente. Li guardo tutti precipitare. Ma mi ricordo di quando eravano giovani.

Nella storia del rock'n'roll, ci sono stati pochi gruppi enigmatici e complessi come i Joy Division. La coraggiosa forma del loro suono e delle loro canzoni, che nella loro scarnissima e a tratti brutale natura tagliavano tutti i ponti e le radici con il passato, tendeva a proiettarli verso altre dimensioni, se non proprio verso un diverso futuro. C'era qualcosa che li portava a fuggire la realtà, come racconta Bernard Sumner, delimitando i tratti emotivi in cui presero forma i Joy Division: "C'era un rifugio antiatomico nel nostro cortile. C'erano ricoveri sotterranei alla fine della nostra strada, in cui giocavamo. Tutti i film in tv quando eravamo bambini parlavano della guerra. Così quando eri cresciuto e avevi capito quel che era successo, naturalmente t'interessava molto. Non era una cosa popolare di cui parlare, non dovevi sollevare la questione, ma io non credevo che fosse il caso di abbandonarla e penso che il nostro interesse derivò da quello. Era accaduto un decennio prima che nascessimo, non era così lontano". In realtà, il conflitto che produsse le atmosfere cupe e crepuscolari di Unknown Pleasures era tutto quello di Ian Curtis con il mondo e con se stesso e non lo aiutarono certo le pressioni e le emozioni a corrente alternata che sottolinearono la gestazione degli esordi dei Joy Division e nemmeno l'abbondante frequentazione con sostanze chimiche di dubbia utilità e di certa pericolosità. Entrambe le situazioni sono peraltro registrate con garbo da Chris Ott che però affida spesso e volentieri alla voce propria di Ian Curtis, ovvero alle sue canzoni, il compito di comunicare l'atmosfera cupa e febbrile di quei giorni, così come la raccontavano, per esempio, i versi di Twenty Four Hours: "Non compresi mai le distanze che avrei dovuto percorrere. Tutti gli angoli più oscuri di un senso che non conoscevo. Per un momento ho sentito qualcuno che mi chiamava. Ho tentato di guardare al di là del presente, non c'era assolutamente nulla". Inevitabilmente, il "making of" Unknown Pleasures per quanto ricostruito nell'intimo dei suoi dettagli (dal ruolo del produttore Martin Hannett ai contrasti con i Joy Division, dalla leggendaria copertina al passo successivo di Closer) diventa, ancora una volta, la riedizione del crepuscolo di Ian Curtis, ma con ogni probabilità non c'era e non c'è alternativa. La storia è andata proprio così.

Marco Denti  (27-06-2008)

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