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Dopo i lampi vengono gli abeti
Dopo i lampi vengono gli abeti
Pierfrancesco Majorino 
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Romanzo, Italia 2007
138 pp.
Prezzo di copertina € 12
Editore: peQuod , 2007
ISBN 978-88-87418-88-8


peQuod

In una prosa lirica che della poesia ha il ritmo e le immagini, Pierfrancesco Majorino racconta la storia di Jason, anzi è lo stesso Jason che, in forma di diario, narra le sue vicende carceraria e psichiatrica. Sullo sfondo c'è anche un caso giudiziario del quale però poco o nulla sappiamo, evidentemente di poco interesse anche per l'autore. La vita in carcere è invece descritta con vivacità mettendo in luce la ricchezza dei rapporti interpersonali e tratteggiando personaggi che, pur secondari nella storia, acquistano una loro autonomia e spessore narrativo. Tutto il resto è giocato sui ricordi, il passato che si confonde con il presente, immagini ora sfocate ora nitide che si sovrappongono in un caleidoscopio linguistico, pensieri e parole che nemmeno nei colloqui settimanali di Jason con la psicologa trovano un loro ordine definitivo.

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Dopo i lampi vengono gli abeti: Un labirinto di parole

Ho i pensieri confusi, il profumo addosso e la camicia fresca. Confondo gli anni e la memoria ... Vivo l'ingorgo dei miei occhi e delle mie emozioni ... Mi getto dentro ogni parola, tentando di ricordare, tentando di togliere la polvere, di mettere in fila, nel giusto ordine, i segni, le mani, i gesti e le stagioni che mi hanno portato sin qui.

Che diritto ho di entrare in territori altrui per cercare di mettere ordine nel caos e nel delirio orgiastico di pensieri e parole di questo libro? Il problema non è di poco conto anche per i suoi risvolti esistenziali: è in discussione la mia stessa identità di recensore.
Forse è solo una questione di emisferi cerebrali: io uso quello sinistro della logica e della razionalità, e l'autore quello destro notoriamente più creativo, che procede per immagini, colori, sensazioni. Visto che si parla di narrativa ha certamente ragione lui.
Come possiamo incontrarci e intenderci?
Anche la dr.ssa Pinardi, professione psicologa, nei suoi settimanali colloqui con Jason cerca di capire ma senza apprezzabili risultati, diventando anzi anche lei uno dei tanti personaggi imprigionati in un labirinto diaristico che sfugge a qualsiasi tentativo di classificazione.
La dr.ssa Pinardi fa il suo lavoro, e io il mio, e dunque procediamo con buona pace di tutti, magari lasciando più spazio possibile a Majorino e a Jason protagonista indiscusso di questa storia.
"Jason. Scritto con quella lettera magica la 'J' che assume toni diversi a seconda del luogo e della funzione. Che può sparire nel nulla, assecondando tutte le vocali, o farsi dura, quasi un graffio. Ed è il mio caso, nel caso di Jason. Del resto c'è un momento della propria vita, almeno mi son dato questa spiegazione, nel quale un soprannome diventa qualcosa di più che un gioco di parole, diventa, se così si può dire, il proprio battesimo laico. La propria acquasantiera".
Con questa autopresentazione entriamo nel cuore del diario di Riccardo Filippucci, detto Jason, ma la situazione e le circostanze sono singolari e tali da attribuire alla scrittura un significato e un valore particolarissimi.
"Talvolta provo a scrivere lettere che possano attivare fitte corrispondenze tra quel che ho dentro e tutto il mondo circostante, magari non le spedisco nemmeno ... La mia lettera me la preparo nella testa. La ripeto allo specchio la mattina e la cerco sul cuscino verso sera. E' fatta dei colori delle mie lenzuola, delle pieghe dei capelli di Rashid, dei ricordi che mi arrivano di colpo in faccia, mi dicono dei lavori che ho perduto e delle case che ho abitato. E' fatta della mia storia personale, di tutte le vite che ho rinchiuso qua e che di tanto in tanto cerco tra le forme regolari, ripetute e appiccicate di queste mura."
Queste mura sono quelle di un carcere e noi, attraverso il diario di Jason, impariamo a conoscerne umori e rumori. Lui è dentro per omicidio ma si professa innocente, l'avvocato e la psicologa sono convinti del contrario e vogliono una confessione, nomi e circostanze.
Noi lettori conosciamo solo il nome della vittima: "Toni era un ragazzo inespressivo e ostile, l'antipatia era la sua dimora ... La faccia di Toni la vedo che ride, con quell'espressione odiosa, respingente, da primo della classe superbo e buono solo a ripeter la lezione ... era il figlio dell'ingegner Pandrelli, quello che s'è inventato il sistema per suddividere la terra, compresa la serra, tra i soliti noti, i soliti venti padroni".  E' l'unica concessione che Majorino fa alla passione politica.
Di come sono andate le cose nulla ci è dato conoscere, altra è la storia che l'autore ci vuole raccontare e la ripercorriamo attraverso le pagine del diario di Jason, attraverso i suoi incubi, le sue visioni, con lui penetriamo la vita del carcere. "Le televisioni, le radio, i mestieri di ogni camerata si fondono ... Si sentono, mischiate assieme, risate futili e riflessioni sprofondate tra queste mura da decenni di pulsazioni collettive, comprensioni reciproche e sprezzanti recriminazioni. Decido di portare il mio contributo originale: mi taglio le unghie dei piedi facendone dei mucchietti sul pavimento che poi disfo con le dita delle mani".
Le giornate in carcere sono lunghe ma i rapporti umani autentici, veri come le persone che pagina dopo pagina ci diventano familiari, il Capellone, Nino Respighi, Rashid. E poi c'è il mondo di fuori che preme come un fiume in piena, ricordi e amici e affetti. Su tutto domina l'amore e la nostalgia per la montagna, le passeggiate, le arrampicate, spazi aperti e orizzonti infiniti.
"Chiudo di colpo il mio quaderno. Ha la copertina blu con la striscia gialla in verticale. Dentro c'è scritto un pezzo della vita che ho vissuto, confusa sta appiccicata tra le righe e si perde tra ricordi e volti che senza chiedere permesso mi ritornano davanti".  


Giancarlo Montalbini  (18-02-2008)

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