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E lasciamole cadere queste stelle
E lasciamole cadere queste stelle
Filippo Timi 
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Racconti, Italia 2007
288 pp.
Prezzo di copertina € 16,50
Editore: Fandango , 2007
ISBN 978-88-6044-024-2


Fandango

75 racconti e quasi altrettanti ritratti di donne. Nina, Sandra, Piera, Federica, Antonia, Simona... Infelici, insicure, innamorate, inaridite, salvifiche, coraggiose, complicate, sole. Ognuno una tessera che messa vicino alle altre costruisce un'immagine più grande - una sorta di mappa dei sentimenti, un grafico dei moti del cuore. Squisitamente unisex.

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E lasciamole cadere queste stelle: Tractatus amorosus

E' troppo vaga la sensazione di avere perso qualcosa, troppo vaga.
Non ci sono canzoni che parlano di me, ecco il sentimento che non riesco a piangere.


Cosa resterà, al lettore, di questo libro, una volta riposto in libreria? Quale immagine, quale emozione? Forse il senso strano di aver stretto tra le mani qualcosa di vagamente mostruoso - mostruoso nel senso etimologico di prodigioso. Come se l'autore fosse spuntato qui, anno 2008, da chissà quale intenso ciclo di vite, con un'anima millenaria così saggia e profonda da saper decifrare, senza il minimo imbarazzo, il linguaggio morse del cuore. Da saper sentire e tradurre in parola i più impalpabili moti del sentimento, a volte talmente vaghi e volatili che restano impliciti, inespressi, sconosciuti anche a chi li prova. Così, a riconoscerli (riconoscendosi) in questi racconti, si resta come basiti. Increduli. È un'esperienza persino dolorosa, artaudianamente crudele, proprio perché non lascia indifferenti, agisce, come se dita invisibili andassero a scavare in ferite temporaneamente richiuse ma mai cicatrizzate del tutto. Si sanguina e si piange, ma con gratitudine, perché c'è qualcosa di liberatorio nel sentire invocare con tanto trasporto e sprezzo del ridicolo l'amore, come se la salvezza del mondo e la felicità dipendessero dal sapercisi abbandonare senza paura, come sanno fare solo i personaggi dei romanzi sentimentali o di qualche film strappalacrime.
E i poeti, naturalmente.
Forse solo a loro, oggi, si può perdonare l'impudicizia di mostrare le proprie piaghe. Di ammettere il dolore, l'insoddisfazione, la voglia d'amore - qualsiasi cosa esso sia. Il coraggio di sbraitare scompostamente, di piangere come bambini, di essere fragili e vulnerabili. Solo loro, i poeti, possono sfuggire a quell'implicita regola del bon ton per cui non fa chic parlare sfacciatamente d'amore, invocarlo, supplicarlo pestando i piedi.
Sono poesie in incognito i racconti di Filippo Timi. Più che narrare storie immortalano attimi, dipingono stati d'animo, descrivono momenti e accendono echi e fuochi in chi li riceve. Non tutti sono perfetti, a volte l'urgenza è tale che le parole fanno rigurgito, si accartocciano come per troppo calore, si intasano. Insomma, non si tratta di una raccolta "candeggiata", a modo, sulle sue come una signorina di buona famiglia con la puzza sotto il naso. E' fatta di slanci, energia, corse e qualche caduta. Sa di vita. Per questo non può lasciare indifferenti.


Carla Arduini  (15-02-2008)

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