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Le magnifiche sorti
Le magnifiche sorti. Racconti di viaggio (e da fermo)
Sandro Onofri 
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Antologia, Italia 1997
220 pp.
Prezzo di copertina € 12,39
Editore: Baldini Castoldi Dalai , 1997
ISBN 88-8089-257-6


Baldini Castoldi Dalai

Le magnifiche sorti è un viaggio entomologico dentro l'Italia degli anni novanta, visto attraverso lo sguardo acuto, pungente e spesso amaramente ironico di un maestro. Onofri interviene, volutamente, su molti temi nevralgici di questi anni - l'integrazione razziale, il sud, il cronico anacronismo culturale della classe insegnante - riuscendo quasi sempre a rivolgere i problemi sotto una luce nuova, intima e umana.

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Le magnifiche sorti: Perché ci manca

Io non voglio insegnarvi più niente. Certo non la letteratura, per la quale l'unica cosa da imparare è che la si ama per un mistero inspiegabile, in virtù del quale un frutto così tortuoso e complicato dell'intelligenza di certi uomini, riesce a dare una gioia così naturale, un'esaltazione tanto spontanea.

A un primo approccio può infastidire il fatto che Onofri si accosti ai problemi della modernità italiota da una prospettiva sempre molto letteraria - letteraria non soltanto nella forma, quanto proprio nell'infondere di sentimento, che certe volte diventa pietas, il bruto dato cronachistico.
Spesso Onofri dà vita ai suoi personaggi, che sono quasi sempre persone vere, incarnandoli in una voce letteraria che non può essere la loro. Ma questo atteggiamento, che sarebbe abbastanza imperdonabile in un giornalista "puro" (come per esempio si definisce l'esecrabile Marida Lombardo Pijola autrice per Bompiani dell'altrettanto esecrabile Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano principessa), si smaschera quasi subito a una lettura più attenta. Onofri, infatti, è sì un narratore dotato di un talento purissimo, innamorato della letteratura, ma non fa mai astrattamente letteratura. I suoi racconti delle periferie, della povera umanità che schiuma ai margini della megalopoli, non sono mai bozzettistici. La lezione che Onofri ci ha lasciato è una lezione di onestà: l'unico modo per raccontare in maniera vera la storia nel momento che si compie è trasformarla in una forma.
E' la lezione dello scrittore che vive sulla sua carne il dolore degli emarginati, perché li indossa in prima persona attraverso lo stile e li mette in scena in carne e sangue.
Il ritratto dell'Italia che risulta in queste pagine perciò è doppiamente doloroso: da una parte assistiamo a una misurazione perimetrale del degrado politico, culturale, e anche di empatia tra uomo e uomo in questo paese, dall'altra la tremenda credibilità di cui la penna dell'autore riesce a rivestire queste storie ce le rende spaventosamente vicine. E' materialmente impossibile, per esempio, non riconoscersi nell'Armata Brancaleone dei leghisti a Villa Riva Berni per celebrare il neonato Governo del Sole: una massa di sfigati, pensionati, politici peones sotto un acquazzone devastante che riporta in mente la migliore commedia all'italiana dei tempi olè.
Così come è impossibile non avvincersi nella piccola storia dei tre giovani lucani Gaetano, Salvatore e Michele, che si trovano coinvolti in un fatto di sangue fatalmente più grande di loro.
Insomma, Onofri riesce sempre a far esplodere il fatto di cronaca per tirarne fuori il portato umano. E questo - che probabilmente è il tratto di discontinuità tra reportage classico e reportage narrativo - senza mai scadere in un'epica spicciola delle piccole cose.
Per questo, oggi, c'è ancora molto da imparare da Sandro Onofri. Ci sarebbe da imparare, per esempio, l'esercizio critico del disincanto, l'ironia che non diventa mai sfottò, la fiducia incrollabile nella letteratura come mezzo di scavo, paziente, goccia a goccia, che porta al cuore delle cose.


Peppe Fiore  (18-01-2008)

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