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Shaman-Showman Alighiero e Boetti
Shaman-Showman Alighiero e Boetti
Annemarie Sauzeau 
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Saggio, Italia 2001
230 pp.
Prezzo di copertina € 20
Editore: Luca Sossella , 2006
ISBN 9788889829066


Luca Sossella

Un album di immagini particolari e rare. Un racconto monografico, una testimonianza privata e al tempo stesso una esegesi critica. Il tutto narrato dal punto di vista critico della compagna di Boetti nei primi vent'anni di una carriera artistica appassionante.
Al volume è abbinato il film di Emidio Greco di 60 minuti realizzato nel 1978, girato a colori in 16 mm, sull'opera di Alighiero Boetti.


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Shaman-Showman: : La doppia identità alchemica di Alighiero e Boetti

Luna è un'opera dispersa. Fu esposta nel 1969 nella mostra internazionale When, Attitudes Become Form. Era una lavagna quadrettata, da scuola, di 90 centimetri per 120, interamente ricoperta con tratteggio al gessetto bianco. Ne rimane oggi la fotografia, nell'archivio del fotografo Paolo Mussat Sartor.
Quel "paesaggio" desertico e inospitale, dalla scala indefinibile, fa pensare alla luna vista su schermo del centro spaziale,quella luna verso la quale viaggiavano allora i primi astronauti [...] Fa anche pensare a Cy Twombly, da poco atterrato a Roma dal pianeta USA. Fa pensare soprattutto a due tecniche di tratteggio che Boetti stesso sperimenterà di lì a poco, il tratteggio a biro per coprire fogli di carta e il tratteggio ricamato con il filo per coprire pezze di lino [...]


Shaman-Showman Alighiero e Boetti non è il solito libro di critica d'arte, o per lo meno lo rappresenta solo parzialmente. E' soprattutto un diario intimo, un'attestazione privata, che per forza di cose è diventata pubblica, nella quale Annemarie Sauzeau narra alcune vicende personali e artistiche, di cui Boetti è stato l'assoluto protagonista. Vicende che per gioco del destino si sono trasfigurate in eventi critici sul lavoro, in considerazioni teoriche, in viaggi - metafisici e realizzati - e nelle imprese quotidiane dell'artista concettuale.
L'espressione Shaman-Showman - che deriva dal titolo dell'opera omonima del 1968 - può significare sia "gemelli" sia specularmente sciamano/uomo dello spettacolo, e oggi richiama alla mente i celeberrimi giochi linguistici di Alighiero Boetti: "ordine e disordine", "Alighiero e Boetti", quest'ultimo poi divenne ufficialmente la sigla dello sdoppiamento dell'identità artistica e umana dell'artefice/poeta visivo. Un po' sciamano Boetti lo fu davvero, come si potrà evincere leggendo con attenzione, quanto avidamente, le pagine di questo bellissimo volume, quasi fosse la sua ultima creazione donataci dall'aldilà. Un testo in cui si narra - come in una fiaba mediorientale - dei suoi "quadrati magici", delle sue ricerche sulla simbologia dei segni e soprattutto della sua ininterrotta indagine cabalistica, fra numerologie e lettere alfabetiche da lui continuamente, quanto ostinatamente, sviluppate in quadri dal forte sapore esoterico. Un esoterismo tangibile il suo, collegato ai lunghi soggiorni all'estero nel Nord Africa e a quella seconda patria che divenne per lui l'Afghanistan. Un Paese d'elezione, di cui sono tuttora testimoni i numerosi manufatti - sui quali ne fece ricamare la cartina geografica - e l'opera Afghanistan. Scrive a tale proposito Annemarie Sauzeau: "Dopo l'occupazione sovietica di Kabul nel dicembre 1979 non fu più possibile entrare nel Paese. E' tuttora così. Alighiero vi è stato per l'ultima volta nell'ottobre dello stesso anno. Dal 1980 in poi dovette elaborare il lutto e la sua personale "resistenza", tramite l'immagine. Luttuoso è il disegno bianco e nero intitolato Afghanistan. Severo e ossessivo. La forma del Paese, ripetuta e disposta a incastro, forma una massa cerebrale, un magma di memoria inserito sull'asse identitario dell'artista."
Per Boetti l'arte fu sopra ogni altra cosa una continua rincorsa contro il tempo, tangibile e metafisico: "[...] La mia posizione ha l'ambiguo privilegio del sentimento, del sodalizio intellettuale e ormai della lettura professionale. Vorrei riuscire a restituire il flusso consonante tra l'esistenza e l'elaborazione artistica di Alighiero e Boetti, una doppia e inscindibile avventura. Un intreccio lirico, quasi romantico, tra due registri, basati sulle stesse scelte, gli stessi rischi, le stesse fortune e sfortune. Vorrei fornire alcune chiavi inedite, semplici e concrete, per meglio avvicinare l'opera. Un insieme di casualità, quelle "felici coincidenze" che di tanto in tanto facevano scattare in lui nuovi processi mentali: incontri con una parola, con un paesaggio, una melodia, un'immagine, un gesto." Nella "confessione" di Annemarie Sauzeau c'è tutta la poetica di Boetti. Una poetica che la scrivente ben conosceva, essendo stata compagna e moglie dell'artista torinese nel suo primo ventennio artistico. Una "confessione" che continua con questo suo intento: "Propongo perciò un album, una sequenza cronologica di immagini assai eterogenee, in gran parte inedite - fotografie di persone e oggetti, disegni e segni visivi - che scandisce un trentennio e costituisce un "testo visivo". Vi aggiungo, come voce off, fuori campo, le mie "leggende" [...]"
E proprio di un vero e proprio album fotografico, con testi acclusi, si deve scrivere poiché sono loro, le immagini, le prime testimoni dell'intero arco esistenziale di Boetti. I contenuti scritti sono solo il surplus informativo, quasi un'ulteriore attestazione del lavoro metafisico dell'artefice.
"Sono capace di inventare i rebus ma poi non sono capace di risolverli!" Così dichiarava Alighiero Boetti in un'intervista del marzo 1973. Visto che però fra l'arte e l'enigmistica vi sono delle considerevoli diversità, lui di ciò aveva netta coscienza. Ciò nondimeno giocava con qualsiasi materiale gli capitava di trovare, perfino con la ciclicità della vita progettando, ad esempio, lavori postali che oltrepassavano il tempo e lo spazio, opere che estesero la loro gittata virtuale oltre la morte dell'autore. Sono i famosissimi "lavori postali" di Boetti e di cui lasciamo una ulteriore testimonianza all'autrice del testo: "Uno dei "jeux de la poste et du hasard" (l'espressione è di Stéphane Mallarmé, il quale ne praticò di deliziosi) inventati da Alighiero e Boetti riguarda la permutazione dei francobolli. Ecco, nel 1970, il primo Lavoro postale, basato sul numero 3, quindi con 6 combinazioni possibili. Lavori successivi sono basati su 4, 5 e persino 7 francobolli [...] oppure, in alcuni casi, ha giocato sull'elaborazione di un codice segreto, leggibile nella disposizione particolare dei francobolli, e nella sequenza di spedizione delle buste [...]"
Artifici artistici o per meglio dire esperimenti dilatati nel tempo, così come per i suoi numerosi studi sulla scrittura e sulla calligrafia quali opere d'arte. Non scordando che gli studi sulla lunghezza dei fiumi, sull'altezza delle montagne, le mappe geografiche, le bandiere, le lettere dell'alfabeto, i numeri, i francobolli, le buste da lettere, i telegrammi formavano per Boetti un tutt'uno, per annunciare al mondo che nell'arte non c'era ormai più Niente da vedere, niente da nascondere, come ha per titolo la sua opera forse più emblematica: un telaio vuoto di un quadro, dove al posto della tela l'artista mise un vetro in cui potersi specchiare. Un'opera che riconduce ulteriormente alla doppia identità alchemica di Alighiero e Boetti.
Il testo è corredato da un intervento di Jonatahan Monk e da un testo di Maurizio Cattelan.


Roberto Barzi  (18-01-2008)

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