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Perché ancora comunisti
Perché ancora comunisti - Le ragioni di una scelta
Marco Rizzo 
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Saggio, Italia 2007
139 pp.
Prezzo di copertina € 10
Editore: Baldini Castoldi Dalai , 2007
ISBN 9788860733290


Baldini Castoldi Dalai

Ha senso dichiararsi ancora comunisti in un mondo dove il modello capitalista sembra aver definitivamente trionfato ed aver imposto la legge dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo? Ha ancora senso parlare di Idee Forti, di ideali per cui valga la pena battersi, se ovunque dilaga e impera l'egoismo più selvaggio, il profitto più becero, l'individualismo più alienante? Per Marco Rizzo sì.

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Perché ancora comunisti: Non c'è Sinistra senza Comunismo

Al capitale europeo preme la stabilità sociale e questa può essere solidamente garantita da un ceto medio piuttosto soddisfatto della sua condizione, in modo da divenire calamita anche per la sua piccola borghesia e il proletariato.

Nel suo libro Marco Rizzo, fondatore assieme ad Oliviero Diliberto e Armando Cossutta del Pdci e attualmente coordinatore della segreteria nazionale, analizza con spietata lucidità i meccanismi attraverso i quali il grande capitale industriale e finanziario internazionale hanno dominato la scena mondiale, mettendo in risalto le inevitabili contraddizioni ed evidenziando la feroce e ingiusta massificazione della miseria ai danni di strati sempre più larghi della popolazione.
Con stile rapido, diretto, privo di fronzoli e artifici letterari, Rizzo snocciola cifre e statistiche a supporto di un'analisi seria e approfondita, ponendo l'accento sulla drammatica dialettica che contraddistingue i poteri forti, quella che un tempo si chiamava Borghesia e il Proletariato e osservando che proprio in questo ultimo decennio, grazie anche alla complicità di sindacati impotenti e di partiti politici in apparenza di sinistra, ci sia stata una regressione indubbia e complessiva dei diritti più elementari dell'uomo come il lavoro, la casa, un salario dignitoso, speranze di vita.
Ne ha per tutti Marco Rizzo, nessuno escluso; soprattutto il suo sguardo si appunta sulle ipocrisie degli eredi del disciolto PCI, gli ex diessini, ora riciclatisi nel nuovo Partito Democratico, che hanno mirato fin dalle prime esperienze con il governo Prodi a creare un "modello di democrazia autoritaria, dove le scelte e le decisioni sono affidate ai competenti, ai tecnici, agli esperti, escludendo di fatto le masse e qualsiasi forma di effettiva partecipazione democratica".
Dalla critica al presidenzialismo all'americana, al premierato in salsa italiana, si giunge al fenomeno mediatico di Silvio Berlusconi, quale esempio emblematico di una certa borghesia italiana, sghemba e truffaldina che, estranea a qualsiasi reale democrazia, ha sempre vissuto all'ombra dell'appoggio politico, dell'intrallazzo volto alla creazione di leggi vantaggiose per sé e per la propria cricca di clientes.
Ma il fenomeno del capitale italiano ed estero viene analizzato anche alla luce dei recenti accadimenti storici che hanno portato alla creazione dell'Unione Europea e del mercato unico europeo come espressione non di una volontà popolare, di una conquista di classe, bensì come "risultato di accordi di vertice delle diplomazie occidentali", calata dall'alto sulle nostre ignare teste per intensificare e facilitare il libero scambio e abbattere i vincoli del particolarismo regionale.
Da qui si è registrata l'affannosa rincorsa della grande imprenditoria internazionale per smantellare lo Stato Sociale e le garanzie costituzionali; la parola d'ordine diviene "privatizzazione" di ogni aspetto della vita umana, dalle poste alla telefonia, dalla luce fino, addirittura, al bene più prezioso, l'acqua, trovando il consenso non solo della Destra populista e conservatrice, ma persino di tutta quell'area della Sinistra che si dice illuminata e progressista.
Dietro la finzione di forme di governabilità (la famosa Governance) più o meno stabili, di leggi speciali e di organismi etici svuotati d'ogni reale efficacia, si nasconde il semplice e mero profitto, l'accumulo selvaggio di potere in mano a pochi, la concentrazione di privilegi a vantaggio di alcuni ceti abbienti a scapito dell'intera collettività che si vede sempre più marginalizzata e priva di autentiche difese.
Precarietà, salari vergognosi, scarsa formazione, sfruttamento nei luoghi di lavoro, sono questi gli strumenti attraverso i quali viene portato avanti il progetto trasnazionale di globalizzazione del libero mercato e delle sue ferree leggi, dove solo il più forte trionfa imponendo le sue regole sui più deboli ed inermi.
Ed è proprio per opporsi ad un futuro che si preannuncia sempre più torbido e nero per chi non appartiene a quel ceto medio-alto che detiene la fetta più grande della ricchezza prodotta nel mondo, che Marco Rizzo rilancia il pensiero comunista, depurato da demagogie e da sterili ripensamenti dell'esperienza sovietica, quale unico principio fondante d'un movimento sociale e politico che si possa chiamare veramente "di Sinistra".
"Non c'è Sinistra senza Comunismo" afferma Rizzo rilanciando non solo la lotta contro il sopruso e l'ingiustizia sociale, ma un modo più autentico e combattivo di fare politica; un impegno che parte dal basso tenendo al centro della propria attenzione i problemi e i bisogni degli sfruttati e degli oppressi.
In tal senso, si comprendono meglio alcune frasi che qui riportiamo per intero e fanno comprendere l'intensità e lo spessore analitico di questo testo che merita una lettura attenta e fruttuosa: "Al capitale europeo preme la stabilità sociale e questa può essere solidamente garantita da un ceto medio piuttosto soddisfatto della sua condizione, in modo da divenire calamita anche per la sua piccola borghesia e il proletariato" (pag.54); "La democrazia partecipata e il conflitto di classe sono la nostra bandiera e dobbiamo quindi estendere i collegamenti e l'agire di classe in tutto il continente" (pag.67); "...la concentrazione di capitali è nella logica immanente del Capitale e porta inevitabilmente al fallimento del piccolo borghese. Una struttura della società sempre più oligopolistica ha come corrispettivo una riduzione degli spazi democratici e l'esclusione delle masse, inebetite dalla tv-Grande Fratello e frammentate, isolate, lontane da partiti percepiti come macchine di potere e affari personali, escluse di fatto dai processi decisionali" (pag.70).


Alessandro Spadoni  (16-12-2007)

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