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Miserere
Miserere - Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato
Cristina Zagaria 
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Biografia, Italia 2006
310 pp.
Prezzo di copertina € 14,50
Editore: Dario Flaccovio , 2006
ISBN 88-7758-714-8


Dario Flaccovio

Armida Miserere comincia la sua carriera da "uomo" a ventotto anni: giovanissima diventa vicedirettrice del carcere di Parma e da quel momento la sua esistenza ruota intorno agli istituti penitenziari che viene chiamata a dirigere. E' una donna forte, spigolosa, e la durezza che la contraddistingue l'accompagna in un lavoro che invade in maniera totalitaria le sue giornate e annulla la sua vita privata. E' in carcere che incontra Umberto Mormile, educatore penitenziario che diventerà il suo compagno e che verrà ucciso in circostanze poco chiare, ed è dietro le mura protette dalle sbarre che Armida vede crescere il suo potere e la sua solitudine. Questo romanzo racconta la vita pubblica e privata di una donna singolare, ripercorre le tappe del suo lavoro, di un'esistenza cupa e solitaria, descrive una realtà carceraria piena di ombre, spesso malata, e mette in rilievo uno spaccato tragico e purtroppo traballante del nostro Paese. Emblematiche, per comprendere a fondo la disperazione di questa atipica "servitrice dello Stato", alcune frasi presenti nella sua lettera d'addio, scritta presumibilmente prima di togliersi la vita: "Auguro morte e infamia, dolore e sofferenza a chi mi ha dato morte e dolore e sofferenza. Auguro la stessa angoscia che mi ha uccisa, auguro tutto il male del mondo... e quello che mi è stato è la certezza... che nessuno potrà mai dare".

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Miserere: Perché una "dura" si suicida?

Lei non ama le sigarette. La cosa che adora è accenderle. E' il gesto. Il pensiero: Ora mi accendo una sigaretta. Ora dedico a me stessa tre minuti. Poi le sigarette si susseguono una dopo l'altra, senza minuti di pausa, senza attimi dedicati, ma non importa. Il gesto rimane un rito. E quella di stasera è davvero molto buona. Torna a casa, P. non ha telefonato. Strano, oggi è la festa della donna. Forse penserà che festeggio anch'io. Dal cielo scendono piccole palle gialle. E' suggestione. No, è il vento che porta una pioggia di fiori di mimosa su Sulmona. Armida accende la sigaretta e si incammina verso casa. Qui può essere una donna vera, senza mimose.

Il modo di scrivere di Cristina Zagaria non è quello che ci si aspetta da una giornalista, per lo più di cronaca nera e, quindi, abituata a raccontare in poche righe vicende quasi sempre dolorose e complesse. La scrittrice utilizza un linguaggio molto semplice, sicuramente chiaro, discorsivo, ma che spinge a chiedersi come mai abbia deciso di raccontare la vita di una donna come Armida Miserere in forma così romanzata. Forse l'errore è di fondo, affrontando la lettura di questo libro ci si aspetta una cronaca più asettica della vicenda narrata perché a scriverla è una persona abituata a confrontarsi con storie da raccontare velocemente e che si bruciano in fretta, perché la protagonista principale era una direttrice di carceri, una donna determinata e volitiva con una vita colma di dolori e tragedie, schiva, che probabilmente non amava che si parlasse del suo privato. Invece ci si trova di fronte ad un romanzo, in tutta la pienezza del suo significato, non ad una cronaca, alla narrazione dei semplici fatti, come, forse, sarebbe stato più auspicabile.

La protagonista principale, inoltre, è sicuramente affascinante, incuriosisce, ma perde immediatamente il suo ruolo di persona e assume i contorni del personaggio raccontato con frasi sempre troppo brevi, quasi tagliate di netto, per più di duecento pagine. Anche certi commenti, troppo intimi, personalissimi, difficili da immaginare come appartenenti ad una donna che si è sempre mostrata in un certo modo e che ha serbato la sua vita privata in una roccaforte di silenzi, appaiono quasi stonati rispetto a tutto l'insieme e a quello che, probabilmente, un libro del genere dovrebbe raccontare. E' sempre difficile, tramite biografie scritte da terzi, riuscire a dare la giusta impressione di una persona, farla conoscere a chi non ha avuto modo di farlo personalmente, raccontare la sua vera storia e, cosa più importante, non tradire il suo essere e il suo vissuto. In questo libro sembra che l'unica ad uscire distrutta sia la protagonista, non la mafia, non uno Stato che funziona male, non un sistema carcerario allo sfascio o la burocrazia che paralizza un intero Paese. Comprendo bene che si parla di lei ma forse, per come Armida era e per quello che di lei sempre si è letto e si è conosciuto, sarebbe stato più consono avere rispetto delle pagine del suo diario, della sua intimità e raccontare la sua storia in maniera meno invasiva.



Alice Scolamacchia  (28-10-2007)

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