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Yung Ho Chang. Luce chiara, camera oscura
Yung Ho Chang. Luce chiara, camera oscura
Rachaporn Choochuey  Stefano Mirti 
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Arte, Italia 2005
128 pp.
Prezzo di copertina € 16
Editore: Postmedia , 2005
ISBN 9788874900244


Postmedia

Un libro sicuramente utile, che spiega con estrema chiarezza il mestiere di Yung Ho Chang, architetto contemporaneo nella Cina post-comunista. Un testo denso di contenuti sia artistici sia filosofici, con alcuni rimandi letterari e cinematografici.
Quando un artista/architetto e dei suoi colleghi s'incontrano per una discussione vi è da un lato la volontà esplicita di raccontarsi e di raccontare il proprio lavoro, dall'altro quello di difendere il proprio spazio creativo da accostamenti inefficaci. Proprio ciò che si comprende leggendo il libro.


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Yung Ho Chang. Luce chiara, camera oscura: Una porta per entrare nella luce, una porta per entrare nel buio

Mies [Van de Rohe, n. d. r.] ci ricorda che: Una sedia è un oggetto molto difficile. Si può dire che un grattacielo sia paradossalmente più facile a farsi. Questo è il motivo per cui Chiappendale è famoso. Allo stesso modo, andando a rileggere e guardare i testi della tradizione cinese, troviamo un pensiero di Confucio che ci sembra di nuovo pertinente: "Possiamo arrivare alla sapienza in tre maniere diverse. La prima è attraverso la riflessione, che è la maniera più nobile. La seconda è attraverso l'imitazione, che è la maniera più semplice. La terza è attraverso l'esperienza, che è la maniera più amara."

"All'artista, ci credo. All'opera no." (Marcel Duchamp); "Il desiderio di vincere, il desiderio di arrivare a degli obiettivi, la necessità di sfruttare completamente il proprio potenziale assoluto... Queste sono le chiavi che apriranno la porta dell'eccellenza personale." (Confucio).
Nei due aforismi citati c'è tutto il significato di un libro sull'architettura cinese post-comunista: da un lato il gioco neodadaista, dall'altro la spiritualità tipica di un architetto orientale, ma forse sarebbe più giusto definirlo un artista d'opere architettoniche.
Il testo intitolato metaforicamente Yung Ho Chang. Luce chiara, camera oscura, a cura di Rachaporn Choochuey e Stefano Mirti, è diviso in due sezioni: la prima composta di tre interviste e la seconda da alcuni capitoli che affrontano sia la grammatica del linguaggio progettuale di Yung Ho Chang - interpretando i materiali che usa solitamente - sia la documentazione dei suoi progetti, basandosi solo su installazioni per mostre. Una metodologia per scoprire come l'architetto/artista concepisce, progetta e edifica le sue opere.
Si potrebbe commentare che il testo tratta essenzialmente del Tao dell'architettura, nella quale passato e presente s'intersecano, legandosi a loro volta con il futuro. Tao che significa "La Via" o "Il Sentiero" - spesso anche tradotto "Il Principio" - è uno dei concetti essenziali della filosofia cinese. E' l'eterna, rigorosa e fondamentale energia che circola in tutta la materia dell'Universo. Per dirla con un solo termine, il Tao "E'". Da qui derivano lo "Yang" il principio positivo maschile, rappresentato col bianco e lo "Yin" il principio negativo femminile, rappresentato col nero.
Per meglio intendersi si legga l'inizio del capitolo Dodici progetti di Yongh Ho Chang e Atelier Feichang Janhzu. 01. Trace of Existence. Pechino 1998: "Una porta per entrare nella luce, una porta per entrare nel buio. In Occidente esiste una dicotomia tra quelli che fanno e quelli che pensano: riguardo alle interviste e i commenti di Yung Ho Chang, forse questo fenomeno capita anche in Cina. Ma, a prescindere dalle latitudini e longitudini, il suo universo è quello dove per capire le cose c'è un grandissimo investimento in termini di 'fare'. Tuttavia non è il 'fare' dell'artigiano, è un fare profondamente intellettualizzato, come fosse un cruciverba o un rebus in termini di congegno spaziale [...] Leonardo ci dà una possibile indicazione: "Dove lo spirito non lavora con la mano, non c'è arte" [...]."
Ad un certo punto i curatori chiedono a Yung Ho Chang di ricordare le sue esperienze universitarie in Cina e in America. Yung Ho Chang allora parla, fra l'altro, di Lars Lerup suo ex docente: "Nel 2002 sono tornato a Berkeley come insegnante. Ho lavorato a stretto contatto con lui per due anni. Un giorno, dopo pranzo, sotto l'intensa luce californiana stavamo parlando e lui dice una frase che non riesco a comprendere immediatamente. In quel periodo facevo cose che erano più vicine all'arte che all'architettura: progettazione per concetti, lavori teorici, installazioni. Mi disse "Tu stai lavorando in una camera oscura, dovresti realmente cercare di uscire fuori". Non era affatto facile comprendere questo concetto della camera oscura [...] In seguito l'ho capito molto bene [...] voleva suggerire che bisogna affrontare la sfida della professione, non limitarsi al coinvolgimento in attività teoriche."
Sempre discutendo delle sue esperienze architettoniche, gli interlocutori gli domandano: "Abbiamo anche letto Planned Assault, il libro di Lars Lerup nel quale si trovano i progetti per la "Nofamily House", la "Love/House" e la "Texas Zero House". Peter Eisenman ha scritto che se le case di Le Corbusier erano pensate come macchine per abitare, quelle di Lerup sono 'macchine per sognare'. Trappole dadaiste, piazzamenti, cambi improvvisi sono tutti parte dei suoi strumenti progettuali, mentre le sue fonti di ispirazione vanno cercate nella poesia, nella filosofia, nella psicoanalisi [...] C'è questa frase scritta su una casa di Lerup: "Le sue creazioni invitano l'abitante o il visitatore momentaneo a lasciarsi dietro gli schemi della sua vita quotidiana, per entrare nell'immaginifico mondo dell'architettura". Potremmo applicare una frase come questa anche nei tuoi lavori?" L'artista/architetto risponde: "Sarebbe bello. Questo è l'aspetto magico dell'architettura." Nella replica di Yung Ho Chang c'è tutto il suo ammaliante universo progettuale, che non si limita solo ad elaborare abitazioni, centri urbani e musei - come fanno gli altri suoi colleghi -, ma concepisce l'architettura, il design - nel libro accenna ad un suo progetto di rielaborazione, soprattutto grafica, di un'automobile per conto della Volkswagen - e l'urbanistica a livello filosofico e in parte ludico. Non però come un gioco, bensì alla maniera di Marcel Duchamp: un artifizio per penetrare più a fondo nell'animo dell'uomo e allo stesso tempo per fargli comprendere che non basta abitare, vivere in un qualsiasi ambiente, ma bisogna guardare, osservare, percepire la sua essenza. La stessa che fa, o per lo meno dovrebbe far sognare chi vi abita, vive, lavora, gioca, studia. Insomma: l'atipica architettura di Yung Ho Chang, che fra gli architetti cinesi dell'ultima generazione è indubbiamente uno di quelli sotto più "stretta osservazione", basti ricordare la progettazione di una città-museo e che fra il materiale abitualmente usato, in particolare per le sue "installazioni", ci sono il bambù, la carta di riso, scatole e ruote di biciclette - con queste ultime ha ideato mensole per libri -, tutti prodotti tipici cinesi che, pur adoperati tecnicamente, appartengono prima di tutto alla tradizione orientale.
Dei dodici progetti di Yung Ho Chang che i curatori descrivono, il più interessante senza dubbio è Trace of Existence: una "installazione" formata da un portone metallico che scorre e che si piega. Un prodotto composto di pochi, ma essenziali elementi, solo un po' di lavoro di falegnameria e si è così ottenuta un'opera d'arte concettuale: disadorna, essenziale, "aperta".
Continua...


Roberto Barzi  (19-06-2007)

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