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R.U.R.
R.U.R. - Rossum's Universal Robots
Karel Capek 
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Fantascienza, Cecoslovacchia 1920
174 pp.
Prezzo di copertina € 10
Traduzione: Vanni De Simone
Editore: Bevivino , 2006
ISBN 88-88764-62-3


Bevivino

Nella fabbrica R.U.R., la cui organizzazione ricorda da vicino gli schemi sovietici, vengono costruiti degli ambigui esseri di materia organica che "sono efficienti e dotati di capacità razionali, ma privi di anima". Nonostante ciò sono il riflesso dei loro creatori, e altrettanto subdoli e confusi, tendono alla ribellione e ad imporsi a loro volta.

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R.U.R.: La civiltà delle macchine, i robot e gli uomini secondo Karel Capek

Un essere umano è una entità che prova felicità, suona il violino, ama le passeggiate, uno che di fatto vuole fare una infinità di cose in realtà non strettamente necessarie.

Scritto nel 1920 e messo in scena per la prima nel 1921, R.U.R. segna l'esordio del vocabolo "robot" nell'immaginario occidentale e, almeno nella visione di Karel Capek, è un'alba tutt'altro che gioiosa e rassicurante quella che illumina il battesimo di questi esseri artificiali: "Un altro giorno e tutto è sempre uguale. Niente, non un passo avanti. Basta, tutto è inutile, inutile, inutile. Perché un nuovo giorno? Su questo grande cimitero un giorno nuovo è inutile" si legge in uno dei passaggi finali di questo dramma teatrale e tanta angoscia è ampiamente giustificabile dal fatto che R.U.R. contiene, se non altro allo stato seminale, tutte le contraddizioni, le ipotesi e le estrapolazioni possibili in tema di macchine dalle sembianze umanoidi, i robot appunto, e dei loro rapporti con il genere umano vero e proprio. Bisogna aggiungere che i robot costruiti dalla R.U.R. sono, a differenza di tanti luoghi comuni, costruiti in materia organica, argomento su cui si applica con meticolosa puntualità anche la prefazione di Vanni De Simone. Forse, come ipotizzava Vincenzo Tagliasco nel Dizionario degli esseri umani, fantastici e artificiali Karel Capek "era rimasto affascinato dai grandi risultati ottenuti dall'industria chimica tedesca all'inizio del ventesimo secolo e ritenne più opportuno scegliere la metafora chimico-biologica rispetto a quella elettromeccanica che domina del film Metropolis". Quest'idea aiuta a comprendere la provenienza della particolarissima natura dei robot di R.U.R. che però, con lo svilupparsi del dramma, Karel Capek utilizza per riflettere una forma molto sottile, visionaria e per certi versi profetica, di critica sociale, che non nasconde i suoi timori verso il futuro del genere umano ("Forse siamo già stati ammazzati cento anni fa e non siamo che spettri. Forse siamo rimasti morti per un lunghissimo, infinito tempo e adesso non facciamo altro che ripetere quello che avevamo già detto una volta"), la sua capacità di confrontarsi coerentemente con la tecnologia ("La natura non riesce a stare al passo con la tecnica moderna. Da un punto di vista strettamente tecnico, per esempio, l'infanzia è una perdita di tempo, un sacco di tempo sprecato") e il suo adeguarsi supinamente alle regole del mercato (perché in fondo il robot della R.U.R. è "l'operaio con il minor numero di bisogni"). La plumbea atmosfera di R.U.R. sarà anche il riflesso di (quasi) un secolo fa, ma quando Karel Capek scrive che "tutti, tutti quanti noi siamo colpevoli, la nostra megalomania, l'interesse, il profitto, il progresso" ci si rende conto, non solo dell'attualità del suo dramma, ma di essere davanti ad un'opera di fondamentale importanza, e non solo per il teatro o la letteratura.

Marco Denti  (15-03-2007)

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