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stato un attimo
stato un attimo
Sandrone Dazieri 
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Giallo, Italia 2006
312 pp.
Prezzo di copertina € 15,50
Editore: Mondadori , 2006
ISBN 88-04-55998-5


Mondadori

Santo Denti, piccolo trafficante milanese, dopo una botta in testa si ritrova scaraventato 14 anni dopo; la sua vita è completamente cambiata: è un ricco pubblicitario di successo. Non ricorda nulla di quanto accaduto in tutti quegli anni, ma sarà costretto a indagare su se stesso: è infatti lui l’indiziato numero uno nell’omicidio del dottor Roveda, un suo collega.

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stato un attimo: E sai quello che compri

Si tolse di tasca un’immaginetta e la baciò, poi la mise sotto il cuscino di mio padre. "Tanta, tanta forza".
"Tolga quella roba" dissi.
"Come?"
Mi alzai in piedi. "Tolga quella cazzo di roba". Infilai la mano e presi il santino. Sacro Cuore di Gesù. Lo strappai e lo gettai in terra.


Comprare un libro di Sandrone Dazieri è andare sul sicuro: sai cosa ti aspetta, cosa ci troverai e cosa non ci troverai mai. Non un capolavoro, ma nemmeno una bufala. Il lettore non avrebbe di che reclamare all’Associazione consumatori di libri, se mai ne esistesse una.
Non c’è più il Gorilla, l’alter ego del Sandrone nazionale, immortalato anche dal cinema, eppure si ha l’impressione che in qualche modo si sia reincarnato nel personaggio di Santo/Saint.
Singolare è, almeno per chi ha letto Quo vadis baby?, frutto della Colorado Noir in cui Dazieri opera nel comitato editoriale, l’analogia con la struttura del libro di Chiara Verasani: il protagonista deve condurre un’indagine su se stesso, sul proprio passato: con la differenza che se la detective bolognese tentava di ricostruire una nottata trascorsa sotto i fumi dell’alcol, Santo, piccolo spacciatore milanese, si «risveglia», dopo un buco nero di quattordici anni, nelle vesti di stratega pubblicitario in una grande società e sospettato numero uno dell’omicidio di un collega; non si sa bene quale sia stata la causa scatenante la perdita di memoria. Fatto sta che entrambi si trovano a fare i conti con un trascorso che incrina pericolosamente la coscienza di sé.
Il tema dominante è quello, già classico, della perdita d’identità, divenuto poi il topos di quasi tutta la letteratura novecentesca: «L’eco della paura della sera prima tornò a farsi sentire. Tutto poteva sparire in uno sbuffo di fumo: il bar, il tavolo dove ero seduto. Sarei volato via e non sarei più tornato. Mi ficcai le unghie nei palmi e il dolore mi richiamò alla realtà. Non stavo sparendo. Ero vivo, respiravo, ragionavo. Ma fino a quando?». Un tema che, per quanto abusato, guadagna sempre una certa freschezza e poeticità se svolto in questo modo: «Lo seguii con un passo da palombaro. Mi fossi girato per un attimo, avrei potuto vedermi per bene nella fila di specchi sopra i lavandini. Ma non ci pensai nemmeno, o forse inconsciamente cominciavo a sospettare la verità e me ne tenni alla larga. Così mi scorsi da solo con la coda dell’occhio, una sagoma nera che barcollava verso l’ignoto», e che qui incrocia il thriller, vantando anche in questo caso illustri precedenti, soprattutto cinematografici; basti pensare, ad esempio, a The Morning after di Lumet.
I meccanismi del giallo funzionano alla perfezione, i congegni della suspense e dell’azione scattano al momento giusto: gli strumenti per costruire un thriller Dazieri li conosce bene e li sa maneggiare come si deve, rendendo la lettura piacevole e a tratti avvincente.
Il salto temporale dal 1991 al primo decennio del Duemila è enfatizzato dal continuo stupore del protagonista nei confronti delle novità, soprattutto tecnologiche, che pare abbiano stravolto il mondo: computer ultra evoluti, Internet, cellulari, canali satellitari. Purtroppo disturba, e viene presto a noia, questo incessante meravigliarsi di Santo, specie quando assume i colori della polemica scontata, trita. Esemplare, in questo senso, è la critica, stucchevole, sull’euro e i prezzi rincarati.
Più interessante è la sottolineatura di come, in fondo, nulla sia veramente cambiato; quella che un tempo, usando un linguaggio dimenticato e rimosso, si chiamava la «struttura» della società, è rimasta la stessa; è solo diventato più difficile individuarla sotto una superficie disorientante, sfuggente: «All’alba mi ero fatto un’idea del nuovo secolo. In sostanza: una merda. Non erano andati su Marte, non c’era il teletrasporto. Non avevano guarito il cancro, non avevano debellato l’Aids, non avevano sconfitto la fame nel mondo, non avevano ridotto l’inquinamento… In compenso, c’erano un sacco di malattie nuove. Una veniva perché facevano mangiare alle mucche carogne macinate invece dell’erba, il che la diceva lunga sulla furbizia generale».
Anche da questo punto di vista, più strettamente ideologico, lo scrittore non delude, proseguendo con estrema coerenza la «battaglia» sociale già nei libri del Gorilla. La vicenda è infatti sfruttata per lanciare frequenti attacchi, e indiretti, a quelli che un tempo si chiamavano borghesi. Alle nuove ricchezze accumulate spesso in maniera losca, grazie a traffici (come quelli dello stesso Santo) non proprio legali e a mezzi non proprio etici. Coraggiosa oggi, tanto da apparire rivoluzionaria, l’offensiva, anch’essa mai gridata, portata contro due dogmi risorgenti, fede e patria, dei quali finalmente qualcuno torna a mettere in discussione la validità, provando a recuperare conquiste del pensiero in realtà non proprio recenti. Dissacrante, e divertente, la sortita contro l’eterno connubio religione-potere-ricchezza, che prende avvio proprio da una figura inattaccabile e ai limiti del terrore superstizioso come quella di padre Pio: «I miei occhi incrociarono quelli di Padre Pio, enorme sul muro, che mi benediceva con la sua manina fasciata e sanguinolenta. Ero sempre stato un fan di quel grande imbroglione, ma averlo come compagno di stanza era un po’ troppo. Mi alzai a staccarlo, pesava un casino e rischiai di rompermi la testa con la cornice».
Anche la polemica politico-sociale, però, a volte non riesce a mantenere la giusta tensione, rischiando di scivolare nel banale, come nel caso dell’ironia contro gli Stati Uniti e il loro puritanesimo: «E il presidente americano era ancora Bush. Bush Junior? Per mezz’ora fui convinto che gli Usa fossero diventati una monarchia ereditaria, poi vidi la storia del presidente di mezzo, quasi silurato per un pompino. Eh eh eh. In Italia gli avrebbero dato una medaglia».
In definitiva, tuttavia, gli scivoloni e i cali di tensione sono pochi. E se, come vuole la tradizione letteraria, un buon finale può riscattare qualche piccola caduta di stile, quello che aspetta il protagonista è davvero bello e inaspettato. Una tradizione cui neanche questa recensione intende sottrarsi: Dazieri, e sai quello che compri.


Anna Maria Lauretti  (02-02-2007)

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