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Chi ha ucciso i Talk Talk?
Chi ha ucciso i Talk Talk? - Falsa biografia autorizzata di Marco Orea MaliÓ
Saverio Fattori 
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Romanzo, Italia 2006
196 pp.
Prezzo di copertina € 8
Editore: Gaffi , 2006
ISBN 88-87803-79-X


Gaffi

Romanzo ambientato negli anni ’80 a Bologna, quella di Andrea Pazienza, Piervittorio Tondelli e Vasco Rossi, Chi ha ucciso i Talk Talk? è una biografia immaginaria di uno dei più famosi parrucchieri italiani, Marco Orea Malià, personaggio emblematico dei “valori” del decennio più edonista e gaudente dello scorso secolo: il culto dell’apparenza e dell’estetica, la politica spettacolo, il mito della mondanità... Una sorta di corrispondenza elettronica tra Saverio Fattori e il protagonista del suo romanzo –sempre più incuriosito da questo bizzarro rapporto, ma anche preoccupato dalle eventuali conseguenze di una pubblicazione– alterna appunti, chiacchierate e riflessioni ad una trama noir, a sua volta collegata con le vicende personali di Orea Malià.

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Chi ha ucciso i Talk Talk?: Vanitas vanitatis

Voglio essere bello. Voglio essere un altro. Sarò bello e non avrò più bisogno di essere malvagio. Tu puoi farlo. Non avrò più bisogno di bruciarmi il cervello, di arrampicarmi su fantasie malate. Sarò bello e basta. Voglio un cambio di marcia, come la Ruggiero dei Matia Bazar.

Premessa necessaria -a chiunque abbia meno di trent’anni-: i Talk Talk sono stati un complesso brit (rock? pop? musica leggera, ecco, ci siamo!) che ha spopolato negli anni ’80 in tutto il mondo (vi dicono niente Such a shame e It’s my life? Chiedete alle vostre sorelle maggiori, loro sapranno aiutarvi).

Premessa necessaria a chiunque abbia più di trent’anni: nessuno ha ucciso i Talk Talk (supponiamo per un attimo che della sorte dei Talk Talk non interessi granchè ai primi destinatari della premessa). I Talk Talk a quanto pare vivono benone nelle greenest England hills a suon di royalties.

Italian Eighties: were you there? Certo che sì! Bravo Fattori a riportare con questo breve ma tagliente romanzo la discussione sul giusto binario. La lobotomia praticata inconsapevolmente ad un’intera generazione (convinti ancora che gli anni ’80 siano stati se non soltanto, soprattutto quelli delle feste socialiste nelle quali Ornella Vanoni cantava samba brasiliani ben prima del Cavaliere, e quelli dei paninari griffati in polleggio per Corso Vittorio a Milano al ritmo di Wild boys-wild boys) attendeva finalmente giustizia. Fattori scrive senza pudore, graffia, colpisce e non chiede scusa, con una prosa sulfurea e incisiva. Il suo ritratto è introspettivo, proprio quando gli anni Ottanta sono, di stereotipo, superficiali; il suo tono è acido, nei confronti degli anni delle risate facili. E’ la testimonianza di uno scollamento tra l’apparente opulenza di un’Italia gaudente al di sopra delle proprie possibilità e il quotidiano pragmatismo che, pulsante, si faceva progressivamente spazio tra episodi di violenza e rigurgiti neofascisti. Sono gli anni della nascita del marketing, l’apoteosi della cultura dell’effimero e dell’immagine. Marco Orea Malià, quindi, come metafora di un pensiero sì superficiale, ma solo in apparenza, come forma, visibile, della creazione di un immaginario collettivo. Un designer strategico ante litteram, secondo lo sguardo tagliente di Fattori, quasi un progettista di lifestyle. Colpevole?

La scrittura del libro è rara a trovarsi per tecnica e soprattutto per una sintassi frastagliata, singhiozzante e lamentosa nei suoi spesso voluti incomprensibili lacerti. Aforismi degni dell’ultimo Nietzsche, intercalati a periodi più elaborati, ma sempre nervosi e zigrinati. Quello che semmai lascia più stupiti è la quantità di rancore nero che trasuda da queste pagine. Quasi come fosse un contrappasso, un esorcismo verso un peccato generazionale, che non ammette scusanti. In un’ottica morettiana altrettanto cinica ma molto più implacabile dove “ogni parola pesa, ogni virgola pesa”, Fattori condanna un decennio per il peccato della vanità.

Vanità come presunzione, fatuo compiacimento di sé e delle proprie doti, reali o presunte, accompagnato da uno smodato desiderio di piacere, di suscitare plauso e ammirazione. Ma ancor più vanità come essere effimero, caducità, inconsistenza materiale, incorporeità. “Qualcosa” che scappa dalle dita come le ciocche di capelli tagliate dalle mani flessuose di un parrucchiere.

Vanità, duplice peccato non veniale e dalle conseguenze disastrose. Fattori ci dà un pugno sullo stomaco per dire che l’Italia è l’unico paese al mondo in cui gli anni Ottanta in fondo non sono finiti e forse non finiranno mai.



Alberto Campagnolo  (04-01-2007)

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