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La mano sinistra del diavolo
La mano sinistra del diavolo
Paolo Roversi 
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Noir, Italia 2006
304 pp.
Prezzo di copertina € 15
Editore: Mursia , 2006
ISBN 88-425-3715-2


Mursia

A Capo di Ponte Emilia, piccolo borgo lombardo affacciato sul Po, non succede mai nulla. La cittadina viene sconvolta da una misteriosa serie di omicidi. Le vittime sono tutti uomini anziani e prima di ogni omicidio una mano mozzata viene recapitata nella loro cassetta della posta. Capo di Ponte Emilia è però anche il paese del giornalista Enrico Radeschi (già protagonista del precedente romanzo Blue tango), costretto ad alternarsi tra il paese d’origine e Milano per raccontare, sul quotidiano in cui scrive, l’omicidio di una ragazza trovata seppellita nel Parco Sud e la misteriosa scomparsa del gestore di un ristorante giapponese.

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La mano sinistra del diavolo: Un giallo in bianco e nero (e un po’ di rosso)

L’ultimo brindisi, padre. Poi devo correre a scrivere l’articolo, altrimenti il prossimo a cui mozzeranno le mani sarò io.

Immaginiamo per una volta un controcanto alla critica, magari preso a prestito da un vecchio vinile. “Un valzer di vento e di paglia, la morte contadina, che risale le risaie e fa il verso delle rane e puntuale arriva sulle aie bianche come le falciatrici a cottimo…Diavolo rosso, dimentica la strada, vieni qui con noi a bere un’aranciata…”. Ascoltatelo bene, Paolo Conte, per leggere e capire questo romanzo; forse il Diavolo di Roversi ha davvero in sé qualcosa di rosso. Le atmosfere contiane, dopo le suggestioni pluviali e notturne del precedente Blue tango, se possibile si rafforzano per farsi vera e propria ispirazione, stato mentale. Il romanzo è ambientato in un piccolo paese della bassa mantovana dal nome inventato ma dai contorni ben reali, tra Emilia e Lombardia. La morte di campagna si cadenza alla morte in città (anche se un episodio riferito a Milano è ambientato in una brughiera di periferia così simile ad una landa abbandonata in fianco alle golene di Po) e le coincidenze tra le due non possono così non saltare all’occhio.

Un aspetto singolare e certamente non trascurabile di questo romanzo è legato alla sua struttura narrativa, di grande originalità. Un crescendo, stereofonico, di due storie differenti per contesto (Milano/la bassa mantovana) ma simili per colore (o non-colore, come vedremo più tardi) si risolve di fatto a tre quarti di libro. Storia che sembra finita, ma finita non è; non strascichi ma radici profonde che si celano dietro alle ragioni più ancestrali del crimine. Come se per Roversi non bastasse più dipanare l’enigma, per risolvere l’artificio letterario che dà carattere ad un romanzo giallo, ma fosse altrettanto necessario individuare la molla che faccia scattare l’ingranaggio, le ragioni più intime ed umane che identifichino una storia criminale. Dopo aver lasciato che le due vicende si intrecciassero strettamente tra loro fino a farsi cosa sola, Roversi può permettersi il lusso di scioglierle in poche pagine (tutto sommato secondo una logica magari non sorprendente ma di indubbia coerenza) per aprire un nuovo episodio, più lento, intimo, sussurrato. Si apre lo spazio dei ricordi e del dolore. Non è il caso di aggiungere molto per non rovinare la sorpresa, ma di certo il cuore di questo romanzo è posto dopo la risoluzione “ufficiale” del giallo. Pagine in cui Roversi ci dice, non senza lasciare ferite ancora aperte, la verità, quella che va oltre la stretta soluzione del caso ma si fa storia, memoria di pietra e sangue, definitiva, ultima.

Romanzo in bianco e nero, questo giallo. Milano è metropoli grigiastra, plumbea, descritta con toni secchi, svecchiata senza essere moderna (i ritratti di Milano e di Capo di Ponte Emilia sembrano essere coevi, ma non ambientati ai giorni nostri, quasi fossero livide fotografie in bianco e nero). Questura e redazione di giornale sono entrambe prive di poesia, quasi asettiche, sempre alla ricerca di una tecnologia facile che non semplifica le illuminazioni creative dell’uomo. Nostalgia della linotype, del piombo e degli inchiostri, quella di Roversi. Nostalgia forse di un tempo lontano, dove lo sferragliare della littorina che attraversa la pianura tra Parma e Mantova è così simile a quello delle vecchie macchine da scrivere. La stessa copertina del libro, a prima vista non così accattivante, è invece coerente con il contenuto (invece i troppi refusi non si fanno perdonare). Il bianco e nero è non solo sfondo, è materia, sostanza. Come sostanza e materia è la canicola mantovana che entra nelle ossa degli avventori della locanda e dell’osteria del paese (…voci dal sole altre voci, da questa campagna altri abissi di luce, e di terra e di anima niente più che il cavallo è il chinino e voci e bisbigli d'albergo…), l’umidità che si fa corpo, ma non colore. Un diavolo che si fa spazio tra le nebbie estive e il grigiore della metropoli (ma non era poi rosso, il diavolo di Paolo Conte? va beh).

Comunque un diavolo, quello di Roversi, che in ogni caso non veste Prada (!) ma sicuramente è maschio. Come maschio è ogni protagonista del romanzo. Non c’è spazio alla femminilità nelle vicende del racconto, e anche le tre figure di donna che prendono spazio nella narrazione vengono tratteggiate con contorni poco edificanti“…amanti di pianura regine di corrieri e paracarri, la loro, la loro discrezione antica, è acqua, e miele…”. Nessuna misoginia, ma di certo il noir di Roversi è una storia di uomini, tra uomini, unici protagonisti di un mondo lunare e grigiotopo, nei profili di figure tradizionalmente connotate al maschile (il maresciallo, il prete, il barista, il vicequestore…). Semmai prendono forma (ed è uno degli aspetti più belli del romanzo) le dinamiche delle amicizie e delle confidenze tra uomini “…uomini grossi come alberi, che quando cercherai di convincerli allora lo vedi che sono proprio di legno…”. Amicizie tra uomini. Con rabbia, come quando si racconta dell’essere stati traditi dalla propria compagna. Con poesia, nei silenzi di una notte di pesca al chiarore di luna lungo il fiume, terminata con una grigliata alle prime luci dell’alba. Con passione, nelle chiacchiere chiassose al tavolo di un bar di campagna tra caffè corretti Montenegro che nel tempo diventano Montenegro corretti caffè. Con le lacrime, nel ricordo lontano delle cicatrici incancellabili che la guerra civile e il fascismo hanno inferto a chi è sopravvissuto.

Per questo, e non solo, c’è da credere che prima o poi Roversi possa passare ad un genere diverso di letteratura. Perché no, a un’ambientazione storica; troppo riuscita l’ultima parte dell’ultimo lavoro per non immaginare un seguito di ispirazione. Proprio quando un’esperienza narrativa sembrerebbe aver cominciato a costituire una piattaforma solida e stabile, (un paesaggio di figure e personaggi definiti, di caratteri), viene da pensare che Roversi possa ribaltare il tavolo imbandito e passare a dar forma ad un suo nuovo talento. Per appassionarci ancora.



Alberto Campagnolo  (19-11-2006)

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