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Undici solitudini
Eleven Kinds of Loneliness
Richard Yates 
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Racconti, Stati Uniti 1962
260 pp.
Prezzo di copertina € 10
Prefazione: Paolo Cognetti
Traduzione: Maria Lucioni
Editore: Minimum Fax , 2006
ISBN 88-7521-088-8


Minimum Fax

Insegnanti ipersensibili, veterani disperati, giornalisti cinici, scrittori senza parole, amanti in cerca di una via d'uscita: in undici racconti Richard Yates seleziona altrettanti ritratti di un'umanità sull'orlo del fallimento.

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Undici solitudini: Nell'ombra ai margini della città, vite e solitudini secondo Richard Yates

Nessuno di noi sa mai quanto tempo gli rimane, né come sarà in grado di usare questo tempo, e in ogni caso, anche se lo userà bene, il suo lavoro dovrà sempre affrontare la terribile inesorabile indifferenza del tempo stesso.

Richard Ford, scrittore che ha seguito, magari con un po' di dolcezza in più, la vena squarciata da Richard Yates diceva introducendo Revolutionary Road: "Che cosa potrebbe riuscire a tenere insieme il tessuto abbastanza a lungo da permetterci di vivere una vita intera senza cadere a pezzi? Chiaramente ci vuole qualcosa di più che i protocolli standard di sussistenza, il treno, l'ufficio, la promozione, i rapporti fra colleghi, dal momento che conducono tutti ad altre pose di controllato collasso". La domanda, retorica fino ad un certo punto, trova qualche corrispondenza in queste Undici solitudini. Non che ci siano risposte perché, quale che sia il ruolo, l'impiego o la condizione esistenziale, i protagonisti di Richard Yates sono sempre sull'orlo di una crisi o già travolti da un gorgo di inadeguatezza. Però tutti indistintamente sembrano confermare l'intuizione di Richard Ford e sono alla disperata ricerca di quel "qualcosa di più" che serve a tenere insieme le vite. L'affanno è goffo, spesso controproducente (il caso di miss Price nel Dottor Geco, in apertura, è fin troppo eloquente), sempre claudicante perché, e si nota spesso tra le righe, la luce entra soltanto per caso, furtivamente e dura lo spazio di un'illusione: il resto della partita è una solitudine spietata che Richard Yates narra, come pochi altri scrittori hanno saputo fare, con una chiarezza e un'onestà quasi dolorose. Tanto che ad un certo punto i personaggi di Richard Yates somigliano alle sculture di George Segal: immobili nel cuore della città, bianchi e trasparenti a dispetto delle ombre. La loro malinconia è quella di essere irreparabilmente marginali, non soltanto rispetto alla storia e alle storie, ma anche verso la propria stessa esistenza. In questo, Richard Yates è un maestro perché non concede niente, se non una scrittura lirica, serrata e cristallina. Come lui stesso ha precisato (lo riporta Paolo Cognetti nella breve e funzionale introduzione alle Undici Solitudini): "Se il mio lavoro ha un tema, sospetto che sia un tema molto semplice. Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c'è la loro tragedia". Un grande scrittore.

Marco Denti  (08-10-2006)

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