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O ridere o morire
O ridere o morire
Barbara Garlaschelli 
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Racconti, Italia 2005
179 pp.
Prezzo di copertina € 13,50
Editore: Todaro , 2005
ISBN 88-86981-61-9


Todaro

42 tra racconti e micro-racconti: un mite professore, piantato dalla moglie e vessato dagli studenti, trova il modo di usare un inutile regalo ricevuto anni prima; il fastidioso intercalare di un uomo ne decide il destino; l’odio feroce di due gemelli, dall’infanzia all’ultima cena; l’arrivo dell’Uomo Nero; i pensieri inquietanti di un potenziale serial-killer; le riflessioni di un neosposo alla terza notte di nozze; un aspirante suicida cambia idea all’ultimo momento; un medico curante assillato da una paziente ipocondriaca trova il modo per essere lasciato in pace; una lettera inaspettata manda di traverso a un uomo il suo rituale bicchierino di brandy; i guai di una libraia con una scrittrice un tantino psicopatica…

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O ridere o morire: E il signor Rossi imbracciò il fucile

Mi rimangono di te/il suono della voce/il calore delle mani/il rumore dei passi/il battere del cuore/il sapore della bocca/l’ultimo respiro/i soldi dell’assicurazione.

In questi giorni è nelle sale un horror piuttosto godibile che racconta di come il pargolo dell’Anticristo, quel birbante di Damien, si prepari alla conquista del mondo con spietata determinazione. Il baby-satanasso non ha gli occhi di brace e il piede caprino, al contrario è un bimbetto dall’aria innocua, persino fragile, il protagonista ideale di uno spot da merendine della prima colazione. Peccato che abbia la cattiva abitudine – che maleducato! – di ammazzare le persone… Guardando le luciferine imprese di Damien ho pensato a due racconti di Barbara Garlaschelli, probabilmente quelli più inquietanti, perché ne sono protagonisti due bambini, due piccoli mostri che spiccano tra i tanti – di entrambi i sessi e di tutte le età – che popolano l’(in)umanissimo bestiario concepito dalla scrittrice. Le piccole canaglie in questione si chiamano Davide e Lucio, uno ha un conto in sospeso con la nonna, l’altro ha la passione per i coltelli. Uno ammazza, l’altro viene scoperto appena in tempo. Il bello è che qui non c’è di mezzo un papà con corna e coda appuntita, la loro nascita non è stata preannunciata da segni nefasti, niente comete o marchi sulla pelle, niente destino da Nemico giurato del Bene… anche se sarebbe consolatorio pensarlo. Non so a voi, ma a me mette decisamente più paura il signor Rossi che imbraccia il fucile contro la sua esistenza da perdente o la signora della porta accanto che avvelena il liquore del marito per vendetta, piuttosto che le storie di orrore soprannaturale. Fantasmi arrabbiati, spiriti feroci, persino il figlio di Satana sono nulla in confronto alla spietatezza spesso insensata che a volte informa di sé gli umani comportamenti, e che Barbara Garlaschelli racconta con lucida ironia. I suoi colpevoli non hanno nulla di epico, non incarnano il Male con la maiuscola, ma piuttosto sono l’inquietante dimostrazione di come, questo male, sia per lo più di una disarmante banalità, di una raccapricciante meschinità. È questo il vero orrore. È l’orrore degli uomini. E l’autrice – onore al merito - non cerca in alcun modo di indorare la pillola, non si fa tentare mai da quella stucchevole piaga che si chiama buonismo. Nel suo mondo di dannati in terra l’innocenza è svanita da tempo, i bambini sono colpevoli quanto gli adulti e il sangue versato non ha nulla di catartico. Detto questo, non vorrei che pensaste che i racconti di Barbara Garlaschelli siano cupi e gelidi. Pur essendo disperanti, sono decisamente divertenti, percorsi da un’ironia feroce e vivificati da un grande sense of humour (un mini esempio per tutti, il racconto Pa condicio –sei parole in tutto: “Avevano entrambi un solo colpo in canna”). Insomma, siamo messi così male, sembra dire l’autrice, che l’unica scappatoia è sdrammatizzare ridendoci su. O, altrimenti, morire – d’angoscia.



Carla Arduini  (13-06-2006)

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