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Zoo Umani - Dalla venere ottentotta ai reality show
Zoo Umani - Dalla venere ottentotta ai reality show
AA.VV. 
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Saggio, Italia 2003
234 pp.
Prezzo di copertina € 15
Curatore: Sandreine Lemaire Pascal Blanchard Nicolas Bancel Gilles Boëtsch Eric Deroo
Editore: Ombre Corte , 2003
ISBN 88-87009-41-4


Ombre Corte

Senza dubbio il titolo di questa raccolta di saggi (per altro bellissimo e calzante) non offre un appiglio immediato a chi cerca di scoprirne il contenuto sugli scaffali di una libreria. Si tratta, infatti, di una raccolta d’interventi sul tema della razza e della diversità nell’ambito della storia contemporanea. Si parla quindi di razzismo scientifico e razzismo popolare, raccontando la storia e la mentalità del pubblico e delle persone che parteciparono a quella sorta di esibizioni di esseri umani, la cui unica colpa era quella di essere diversi, per l’aspetto ed anche per delle deformità fisiche. Un eccellente riferimento cinematografico pare essere proprio Freaks di Tod Browning. Gli interventi, tutti di studiosi internazionali, sono divisi in tre sezioni: Le Origini. Il fascino per il selvaggio, Gerarchie: La costruzione del selvaggio, e Ideologie. La strumentalizzazione del selvaggio. Il tema centrale è naturalmente più orientato verso le differenze di razza, piuttosto che sugli handicap fisici.

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Zoo Umani: Sulla diversitÓ

Le esibizioni di ‘curiosità’ umane, o lusus naturae (fenomeni della natura) erano tra i più popolari divertimenti itineranti tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. A partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, lo spettacolo di esemplari umani grotteschi era, per alcuni, un divertimento carnevalesco e popolare, per altri, niente altro che un’offesa alla sensibilità. Le controverse interpretazioni del corpo straordinario di Joice Heth rivelano innanzitutto delle nozioni di ‘razza’ fondate su interpretazioni regionali e di classe, ed evidenziano una lotta più ampia per il potere culturale negli anni trenta in America.

Gli interventi raccolti in questo libro individuano nell’esibizione ottocentesca in Europa della così chiamata Venere Ottentotta (una donna africana della tribù degli ottentotti), l’inizio ideale della spettacolarizzazione delle diversità razziali. Sarebbe forse più corretto parlare della democratizzazione di tale genere di spettacoli. Giova ricordare, infatti, che la nascita della ‘messa in scena’ del diverso si perde nella notte dei tempi. Non è forse vero che gli schiavi romani provenienti dalle colonie venivano esposti in un mercato? Se proprio si vuole trovare un dato storico certo, non si farà fatica a trovarlo nella wunder kammer dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo e nella sua passione per il collezionare esseri umani delle colonie assieme ad uomini dall’aspetto deforme. Sarebbe sbagliato non citare anche i ‘nanini’ che popolavano le corti italiane del Cinque e del Seicento, come esempio di messa in scena della diversità a fini della spettacolarizzazione. Tuttavia, il presente saggio concentra la sua attenzione soltanto sulle diversità di razza e di evoluzione culturale, rilevando come la morbosa attenzione della società verso la diversità fosse costantemente abbinata ad un apparente interesse scientifico. Con l’avvento del secolo dei lumi, tali forme di spettacolo acquisirono, infatti, un interesse popolare e la motivazione di spettacoli scientifici a pieno titolo. Lo stesso Barnum, come ricordato da Benjamin Reiss, cercava di dare un aspetto culturale ai propri spettacoli circensi. Il punto di partenza scelto per questa raccolta si rivela, ad ogni modo, ideale per comprendere il rapporto fra tali forme di esibizione e il pubblico, così come offre un appiglio saldo per osservare quello che accade ai giorni nostri. Gli Zoo umani, infatti, se pure sembrano essere stati rimossi dalla memoria collettiva della società moderna nonostante tutto sopravvivono in diverse forme. Ed una di queste, anche se non è l’unica, è proprio il reality show. Non è vero forse, che nei reality si cerca di mettere in mostra il ‘caso umano’? Senza dubbio, tutta la televisione dei giorni nostri sembra essere improntata a questo tipo di spettacolarizzazione, rivelando una palese persistenza del nostro gusto morboso per la diversità e la nostra incapacità di staccarsi veramente dal mito del ‘buon selvaggio’.

Simone Bardazzi  (22-05-2006)

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