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Tutti i musicisti devono morire - Storie di sesso, droga e rock'n'roll
Tutti i musicisti devono morire - Storie di sesso, droga e rock'n'roll
AA.VV. 
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Racconti, Italia 2005
63 pp.
Prezzo di copertina € 5
Editore: Coniglio , 2005
ISBN 88-88833-66-8


Coniglio Editore

Otto racconti sulla musica: storie di cantine, sudore, sguardi e tabacco sopra note veloci, jam session e ritmi in quattro quarti lento. Otto racconti “sporchi”, grezzi, maledetti, sulla passione per la musica e sulle persone che ne hanno fatto, in forme e luoghi diversi, la propria sola ragione di vita.

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Tutti i musicisti devono morire: Lunga vita ai musicisti!

E’ che i bassisti sono un po’ come gli idraulici. Sanno di essere indispensabili e specializzati, così vengono quando gli pare, se ne vanno quando vogliono, i bastardi. Gli idraulici, quantomeno, non passano alla scultura da un giorno all’altro perché avvitare tubi limita la loro creatività.

Fortunatamente conclusasi in tempi rapidi la nostrana divisione ecumenica del mondo in “rock” e “lento”, ecco finalmente un’intelligente raccolta di racconti a riportare il discorso “musica” sui giusti binari.
Qualsiasi età abbiate, di sicuro avrete un amico, un collega di lavoro, un lontano cugino che si sia fatto contagiare, nel tempo, da quell’incurabile malattia che si chiama musica, una malattia che porta a spendere tutto il proprio tempo libero, anima e corpo, nel suonare uno strumento, qualsiasi esso sia, e a farne la propria ragione di vita, mettendo in secondo piano fidanzate, pratiche d’ufficio, esami universitari e madri ossessive. A meno che anche voi, come i protagonisti di questi racconti, come chi qui scrive, non siate musicisti: in tal caso di sicuro questo libro fa per voi, senza bisogno d’altre parole –che, si sa, ad un musicista piacciono sempre poco-.
Questo libro illustra otto microcosmi, otto contesti diversi nei quali il musicista, singolo o in gruppo, vive il proprio sogno.

Sogno di polvere, nell’umidità di freddi scantinati a provare in lunghi pomeriggi d’inverno, o nei palchi improvvisati di feste di partito o di parrocchia a strimpellare di tutto un po’. “Sogni di Rock'n'roll”, Ligabue cantava pochi anni fa: in fondo il contesto è proprio quello, democraticamente spalmato in ogni paese del mondo, dove ciascuno canta e suona come può.

E poi i musicisti. “Razza vile e dannata, tombeurs des femmes”… ogni genere di definizione è stato attribuito posticciamente, creando stereotipi che qui invece vengono allegramente sovvertiti: come si diceva, il musicista, infatti, mal si accosta alle definizioni e agli aggettivi, e molti protagonisti di questi racconti non dicono una parola che non sia “un bicchiere di rosso, per favore”.

E soprattutto, musicista non significa virtuoso di uno strumento o del canto. Musicista è chi ha le vene sporche di questa divina maledizione che ti martella la testa a suon di ritmi e giri di basso qualsiasi cosa tu faccia, lavorare, mangiare, dormire, fare l’amore. In quest’ottica, molti dei racconti sono davvero azzeccati e si leggono con entusiasmo. Tranne due, francamente non poi così focalizzati sul tema, e troppo ermetici, gli altri rappresentano piccoli quadri vividi, talora nervosi, guizzanti. Storie di periferia: non un caso che, scorrendo le biografie degli autori, molti di loro provengano da angoli d’Italia poco conosciuti, quali la provincia di Cuneo, di Treviso… Gli stessi scenari in cui vengono ambientate gran parte delle storie del libro, quasi a dar voce a chi non riesca a trovare lo spazio per farsi sentire.

Vale quindi la pena soffermarsi a segnalare, tra gli altri, “Com’è bello il vino” di Massimiliano Nuzzolo, uno struggente blues di solitudine e poesia, nelle nebbie di troppi bicchieri vuoti e subito di nuovo pieni, tra l’evocazione di sorrisi incerti, ritmi standard, figure visionarie nella rugiada, e fatica nobile del sopravvivere con la musica e alla musica; “Ian Curtis, per dire”, di Luca Ragagnin, racconto della natura anarchico-parrocchiale di un gruppo rock alla periferia di Torino, sogni semplici di ragazzini che non ambiscono ad apparire in televisione ma soltanto ad un basso elettrico semiusato in regalo dai genitori; “My Way” di Yari Selvetella, che chiude il libro, un pugno nello stomaco in otto facciate, a riprova che ogni stereotipo sull’identità di un vero musicista non solo è stupido, è una bestemmia; e soprattutto “Tutti i bassisti devono morire” di Gianluca Morozzi, in apertura, scritto con piglio graffiante e talento rock (opps…), una storia nella quale non solo ogni musicista, dilettante o no, ma ogni ragazzo non farà certo fatica a riconoscersi.
Dimenticavo: tranquilli, nel libro non muore nessuno!


Alberto Campagnolo  (29-03-2006)

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