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Ho voglia di te
Ho voglia di te
Federico Moccia 
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Romanzo, Italia 2006
413 pp.
Prezzo di copertina € 16
Editore: Feltrinelli , 2006
ISBN 88-07-70170-7


Feltrinelli

Step torna a Roma dopo aver passato due anni a New York. E' partito per cercare di dimenticare Babi e per frequentare un corso di grafica. Arrivato in città ritrova suo fratello Paolo, suo padre che nel frattempo ha una nuova compagna, Pallina, alcuni dei vecchi amici. Comincia a lavorare come scenografo nel mondo dello spettacolo grazie ad alcune conoscenze paterne ed una sera conosce Gin. I due si incontrano spesso, un po' per caso ed un po' volutamente fino a quando si innamorano. Dopo una serie di avventure, piacevoli e non, Step incontra di nuovo Babi e passa con lei una serata. Questo lo porterà ad allontanarsi da Gin e, come se non bastasse, a scoprire la grave malattia di sua madre alla quale si è riavvicinato dopo anni. Ecco, quindi, Step alle prese con nuovi problemi da risolvere e situazioni diverse che lo vedranno scontrarsi con se stesso, i suoi ricordi e le sue malinconie.

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Ho voglia di te: Step II, la vendetta!

"Sai Step, ti devo dire una cosa..." Mentre mi rivesto sotto l'acqua, sotto la pioggia che vorrei purificatrice, sotto le nuvole scure che mi guardano inquisitorie, sotto quella luna che sdegnata mi ha voltato la faccia. Lei continua. "Spero solo che non ti arrabbi." Continuo a vestirmi in silenzio. La guardo. Io? Arrabbiarmi io? Ora che non ci sei più? E come potrei arrabbiarmi? Si porta con tutt'e due le mani i capelli bagnati all'indietro. Poi piega la testa, cercando per un attimo di tornare bambina. Ma non è più possibile. Non ci riesce. "Ecco... ti volevo dire che tra qualche mese mi sposo."

Il precedente romanzo di Federico Moccia, Tre metri sopra il cielo, è stato un caso editoriale di un paio di anni fa ed ha creato clamore soprattutto per la maniera in cui è stato portato al successo. Girava per i licei di Roma fotocopiato, è stato letto da un produttore che ha deciso di farne un film e contestualmente la casa editrice Feltrinelli ha deciso di ripubblicarlo vendendone, si dice, più di un milione di copie. Anche grazie al film che ne è stato tratto di cui è stato fedele copione, questo romanzo ha spopolato tra i giovanissimi ed ha incuriosito i più grandi. Ho voglia di te è il seguito (così come indicato anche sulla copertina) di Tre metri sopra il cielo, attesissimo da tutti coloro che hanno amato la prima puntata e che speravano di ritrovare i protagonisti divenuti, probabilmente anche per merito degli attori che li impersonavano nell'omonimo film, quasi reali. Step e Babi sono due ragazzi romani che si incontrano, litigano, si innamorano, litigano ancora e poi si lasciano. E' così che si conclude la prima puntata, con una separazione. In Ho voglia di te sono passati due anni da questo triste momento e Step, partito per dimenticare la donna che lo ha lasciato e tradito, torna a Roma dopo due anni trascorsi a New York. Ecco, allora, che ricomincia la storia... Qualcosa, però, pare non funzionare. Federico Moccia si perde nella noiosissima cronaca degli incontri che Step fa una volta tornato nella sua città, dei suoi successi sessuali, dei suoi cervellotici pensieri, delle sue croniche tristezze e noiosissime citazioni letterarie e/o musicali; non dimenticandosi di aggiungere, ogni volta che è possibile, quanto fosse famoso, un tempo (quale?), in Roma tutta per la sua bellezza e prestanza. In tutto questo, perseguitati da un turbinio di fastidiosi diminutivi e nomignoli (Pallina, Gin, Pà, etc. ), si alternano personaggi sbiaditi, storie trite e ritrite e nuovi protagonisti che dovrebbero dare novità a questo scritto. Scartata, senza capirne bene il motivo, Babi, trattata come la peggiore delle infime donne, ecco che fa la sua comparsa la nuova eroina femminile: Gin (non sia mai che possa avere un nome comune!). Descritta, naturalmente come bellissima, intelligentissima e brava a fare tutto, risulta subito insopportabile. Noiosissimi i dialoghi di cui è protagonista, tediose le sue apparizioni, inverosimili le sue spiegazioni (soprattutto finali) del suo amore per Step, imbarazzante la storiella su come ha conosciuto la di lui madre, fastidiose le sue uscite, le inutili e troppe parole ed il suo modo di fare che ti fa subito venire voglia di aspettarla sotto casa e picchiarla. La cosa meno comprensibile, poi, è il motivo per il quale l'autore si diverta a distruggere Babi e la sua famiglia. Il padre Claudio ha come unico pensiero quello di comprarsi una costosissima auto, giocare a biliardo e tradire la moglie con una ragazza conosciuta (grazie a Step) due anni prima; la madre Raffaella è una specie di Crudelia assetata di sangue e dedita al gioco del Burraco (di cui l'autore sbaglia persino a scrivere le regole); la sorella Daniela esce con un ex di Babi, va ad una festa, si droga, fa l'amore per la prima volta senza sapere con chi, rimane incinta e decide di tenere questo bambino; per non parlare, poi, della donna che ha convinto Step a lasciare l'Italia, Babi, relegata ad essere citata in al massimo una decina di pagine, descritta come un'imbecille superficiale, concentrata nei preparativi del suo matrimonio (fidanzata con chi? mah!) e che diventa agli occhi del suo ex amore anche donna di facili costumi. Come se non bastasse si aggiunge - anche! - la condanna, ipocrita, al mondo dello spettacolo e della televisione con la presentazione di loschi figuri tanto cattivi, battuti, però, dal nostro eroe! Il tutto, per non farsi mancare niente, condito da patinate descrizioni di atti sessuali leciti o meno, ed infinite descrizioni di risse e mazzate varie. La domanda è una sola: perché Moccia ha voluto strafare e rendere così triste il ricordo del suo primo lavoro? Erano necessarie più di quattrocento pagine per raccontare una storia che poteva essere narrata con meno parole, evitando banalità ed ovvietà, ritornando alla leggerezza ed alla semplicità del primo libro? Questo sembra una vendetta! Rancore ed odio verso Babi, la sua famiglia, Pallina ed anche il gruppo dei Budokani che nella puntata precedente avevano, malgrado tutto, un loro spessore ed una giusta collocazione. Un rancore sordo verso personaggi che erano semplici, in cui era facile immedesimarsi, scambiati con un manipolo di noiosissime figure difficili da ricordare una volta chiuse le pagine del libro.

Alice Scolamacchia  (29-03-2006)

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