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Un anno di corsa
Un anno di corsa
Giovanni Accardo 
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Romanzo, Italia 2006
277 pp.
Prezzo di copertina € 14,50
Editore: Sironi , 2006
ISBN 88-518-0058-8


Sironi

Un anno di corsa racconta i paradossi e le disavventure della vita di un giovane siciliano, trentenne e laureato in Lettere con lode, alla disperata ricerca di un lavoro nella città di Padova. Condivide un angusto monolocale con un altro ragazzo veneto, leghista, più fortunato nelle ricerche professionali grazie agli appoggi famigliari. Il protagonista –non ne viene indicato il nome– vive alla giornata tra mortificanti commissioni e colloqui di lavoro demenziali con i "cacciatori di teste" aziendali, sorridenti, cinici, spietati. Sullo sfondo un Veneto che corre, produce e non pensa, che non ha tempo di fermarsi, indifferente ai problemi della gente.

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Un anno di corsa: Ritornare a respirare

Vorrei vedere te, a girare dalla mattina alla sera, a ispezionare palmo a palmo i giornali con le offerte di lavoro, a telefonare e sentirti rispondere delle scemenze incredibili, a stare seduto di fronte a ‘sti tipi in giacca e cravatta perennemente abbronzati che vogliono conoscere i tuoi punti di forza e di debolezza, a sentire gli indottrinatori aziendali che ti dicono che bisogna essere ottimisti, che l’ottimismo migliora la circolazione del sangue nel cervello e rende felici. Vorrei proprio vederti.

“Quelli bravi la fila non la fanno”, questa una celebre frase in Turné, meraviglioso film di Gabriele Salvatores, messa in bocca al protagonista, un attore, alla ricerca di una scrittura teatrale che lo lanci definitivamente nel lavoro di palcoscenico. Una legge della vita, secondo la quale chi sappia veramente rispondere alle esigenze del sistema riesce ad emergere non per quello che conosce, ma per quello che serve. E nella commedia, Abatantuono, Bentivoglio e Laura Morante vivranno sulla propria pelle, città dopo città, la condizione di artisti “non abbastanza bravi” per incidere fino in fondo nel proprio destino. In questo aforisma, ci riconosciamo un po’ tutti. Nella Padova borghese e fetida allo stesso tempo di Accardo, tuttavia, questa semplice regola viene sovvertita, e a non fare la fila è soltanto chi frequenta la parrocchia giusta, chi appartiene alla corrente di partito attualmente al potere (o alla Democrazia Cristiana, che anche se ufficialmente non esiste più resiste in tutte le stagioni come lobby potentissima), o si piega alla cattedra del docente universitario che controlla le ammissioni ai dottorati di ricerca. Il protagonista del romanzo con puntiglio non si integra in questo meccanismo contorto e senza senso, e orgogliosamente si impunta invece a rivendicare i propri diritti perdendo sempre più contatto col buon senso e le minime convenzioni sociali, estremizzando ogni forma di contrasto e spingendo sino al paradosso ogni contatto umano, destinato quindi per forza di cose a logorarsi come una corda bagnata stesa al sole. Il protagonista, che nelle prime pagine suscita empaticamente vicinanza, per le stesse trafile che ogni trentenne laureato, al giorno d’oggi, deve percorrere alla ricerca di un lavoro, perde però simpatia capitolo dopo capitolo, al progredire delle paranoie assurde che lo tormentano, e che, di fatto, gli rendono impossibile conseguire il suo scopo. Diventa semmai estremamente antipatico, ricordando in ogni circostanza con presunzione il proprio voto di laurea con lode, lamentando l’ignoranza dei padovani, esasperando, in sintesi, le mille difficoltà che la vita impone. Il protagonista del romanzo è giovane solo sulla carta: in realtà è vecchio, vecchio dentro, per modo di pensare, approccio alle persone (in particolare alle donne, che ovviamente si allontanano di fronte a tante rigidità), discorsi autocommiserevoli e toni apocalittici alternati a silenzi di malcelata sufficienza. Dai toni inizialmente melodrammatici, il racconto subisce presto un inasprimento acerbo dei toni che infastidisce e a lungo andare estenua. Gli infiniti fallimenti nella ricerca di un lavoro, qualunque esso sia, rendono il protagonista astioso, polemico, rancoroso, intrattabile, francamente paranoico: come il protagonista di Boris Vian ne La schiuma dei giorni vede abbassarsi il soffitto della cucina in cui sceglie di dormire, pur di non condividere lo spazio da letto con il detestato coinquilino leghista, e tiene sempre le mani in tasca nel timore che gli si stacchino dal corpo. A nostro avviso, il problema del romanzo consiste appunto nella piena consapevolezza e nella giustificazione, da parte dell’autore, della paranoica ossessione del protagonista. Il punto di vista di Accardo, infatti, è molto chiaro. La descrizione delle disavventure del protagonista passa attraverso circostanze ai limiti dell’assurdo: si resta infastiditi in particolare da una scena, assolutamente delirante ed assurda a chiunque conosca anche poco la città di Padova, quella nella quale il protagonista viene picchiato da un gruppo di leghisti che vomita generiche frasi razziste in dialetto contro i meridionali all’interno di un bar del centro storico. La classica goccia che fa traboccare il vaso, e il gioco è fatto: il libro si rivela una rancorosa apostrofe senz’appello verso il Nordest e la sua gente, carica di livore ed acrimonia, assolutamente sopra le righe ed esagerata. L’autore sembra lasciarsi prendere la mano più volte dalla polemica, entra in sintonia con il suo personaggio e se ne fa difensore, allo stesso tempo condannando sommariamente un paese che esaspera pagina dopo pagina nelle descrizioni caustiche e corrosive dei paesi dell’hinterland padovano (che richiamano quelle già lette in Nordest di Carlotto).
Un gran peccato, perché l’autore ha buone idee e una scrittura semplice ma efficace, moderna, di grande chiarezza. L’insistenza sulla descrizione, ad esempio, delle persone che fanno footing nelle periferie inquinate di Padova è sicuramente felice e di grande impatto: persone da sole, o in gruppo, che respirano sostanze tossiche mentre corrono, non si sa bene dove né perché. Un maggiore distacco sentimentale avrebbe sicuramente giovato agli equilibri del romanzo, dal momento che l’autore conosce evidentemente con grande padronanza i luoghi raccontati, quelli tipici della vita di un qualsiasi studente universitario padovano (il Maldura, il Liviano, il Portello…), e ha tutte le carte in regola per condurre il lettore lungo lo svolgersi di un testo.
Buona l’impaginazione grafica e la carta scelta dalla casa editrice Sironi; eccessivo tuttavia il prezzo al pubblico.


Alberto Campagnolo  (09-03-2006)

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