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Il privilegio di essere un guru
Il privilegio di essere un guru
Lorenzo Licalzi 
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Romanzo, Italia 2004
188 pp.
Prezzo di copertina € 15
Editore: Fazi , 2004
ISBN 88-8112-528-5


Fazi

Racconto semiserio delle vicende di Andrea Zanardi, infermiere genovese con il pallino delle belle donne -anche non tanto belle…-. Un Don Giovanni contemporaneo, un guascone materialista, tanto innamorato di sé da trovarsi irresistibile. Finché non conosce Maria, una giovane donna all’opposto estremamente spirituale e perdutamente affascinata dal misticismo orientale: non sarà facile per Zanardi far capitolare una donna così. Sullo sfondo della storia le conversazioni con l’oste Ditasudicie, gestore di un piccolo bar in città vecchia. Complice un improvvisato viaggio in Giappone, la vita di Zanardi cambierà drasticamente dopo l’incontro con un vecchio maestro Reiki tra le corsie di un ospedale: si apriranno così prospettive di vita decisamente improbabili, tanto quanto inaspettate…

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Il privilegio di essere un guru: “Genova, dicevo, è un’idea come un’altra”

Mi chiamo Andrea Zanardi e sono nato lo stesso giorno mese anno di Tom Cruise. Le differenze tra di noi sono trascurabili: lui vive a Los Angeles io a Genova, lui fa l’attore io l’infermiere, lui ha sposato Nicole Kidman e io no, ed è questa l’unica cosa che gli invidio, per il resto piacciamo alle donne tanto uguale...

Dalle sole note di copertina, fondamentalmente sono due i motivi di fondo che incuriosiscono ad acquistare questo romanzo. Il racconto è ambientato a Genova, città ingiustamente sottovalutata dal genere narrativo, pur ricca di poesia e suggestione. In secondo luogo il protagonista si chiama Zanardi, proprio come Alex Zanardi, lo sfortunato, ma incrollabile campione di Formula 1.
Purtroppo non c’è molto di più in questo romanzo, che pur non proponendosi come grande letteratura, non riesce a decollare e a prendere quota, impigliandosi su se stesso in modo peraltro maldestro e pienamente evitabile. Infatti, proprio per seguire la direzione alla quale allude il titolo, peraltro molto ambiguo e misterioso, il libro cambia bruscamente rotta circa a metà, avviluppandosi in un linguaggio e in un’atmosfera ambiguamente mistica, di certo appesantendo il racconto sino a quel momento leggero e divertente. E’ evidente che l’obiettivo dell’autore è quello di prendere in giro le contemporanee tendenze modaiole e new-age, ne rimane invece purtroppo invischiato.
Il romanzo, infatti, cade circa a metà, quando il protagonista (e forse l’autore) comincia a prendersi un po’ troppo sul serio intraprendendo il suo percorso di rinascita spirituale attraverso una consapevolezza spontanea degli studi Reiki. Tutta la leggerezza della prima parte del romanzo d’un tratto sparisce, con il risultato di tratteggiare una trama, di fatto non necessaria, ad una storia che sino a quel momento aveva funzionato non in quanto azione ma in quanto atmosfera, caricatura, fumetto.
Il personaggio Zanardi, infatti, non può che stare empaticamente simpatico nelle sue guasconate, nei suoi tentativi esagerati di corteggiamento. E le sue chiacchierate con gli amici sono le stesse di qualsiasi bar di paese in Italia; di certo in ogni comune abita un piccolo grande Zanardi, che gioca a “raccontarsela” convinto di essere creduto da chi lo circonda.
Eppure, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non è un libro di umorismi facili. Non sono pochi fortunatamente, per essere letteratura d’intrattenimento, i passi in cui leggendo si sorride, (simpatica la presa in giro di Manu Chao, (un vero tormentone nei primi capitoli del libro), durante il resoconto del luglio 2001 a Genova “…quello che accadde esattamente non lo ricordo per via del trauma cranico che rimediai quasi subito, ricordo solo che volavano manganellate come se piovesse e che Agnoletto non c’era, e non c’era nemmeno Manu Chao, il quale spiritualmente era lì con noi, ma fisicamente era spaparanzato su un letto di una suite di un cinque stelle a Santa Margherita Ligure, triste, perché i bambini muoiono di fame…”.
Non è poco, inoltre, riuscire a tratteggiare Genova nei suoi luoghi meno poetici, nella sua quotidianità, tra l’ospedale Galliera e le alture di Marassi. Ma Genova, come dice Paolo Conte nella sua splendida canzone Genova per noi, “è un’idea come un’altra”. Anche quella di Licalzi funziona alla perfezione. Lasciamo allora a Zanardi il suo palcoscenico ligure, talmente azzeccato da non aver bisogno di far cercare atmosfere lontane.
Del resto il vero pesto genovese non vuole altro che il solo basilico…


Alberto Campagnolo  (01-01-2006)

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