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Il ventisettesimo anno
Il ventisettesimo anno – Due racconti sulla sopravvivenza
Marco Mancassola 
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Racconti, Italia 2005
73 pp.
Prezzo di copertina € 8
Editore: Minimum Fax , 2005
ISBN 88-7521-073-X


Minimum Fax

Due racconti complementari, anche se tra loro distinti. Storie di anime distorte, di familiarità e di sentimento, in un contesto che oscilla tra l’onirico e l’autobiografico. Nel primo racconto Mancassola prende a spunto la propria esperienza personale per costruire una riflessione profonda sul valore della vita e della morte; nel secondo un semplice episodio di quotidianità, una chiacchierata in birreria, viene a trasfigurarsi in una confessione angosciante e visionaria.

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Il ventisettesimo anno: Tra tre anni ritorno…

L’idea di avere in me la memoria di un altro mi colpì sotto la pioggia, in quel pomeriggio di luce incerta, trapassò i miei vestiti e gelò le mie ossa. Non c’era poi tanta scelta: se quella memoria non era mia, apparteneva a qualcun altro. Non mi era difficile, davvero, capire a chi.

“Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane. Ma lui, benché non riesca a scoprire in se stesso alcun mutamento, non ne è più così sicuro: gli sembra di non avere più diritto di farsi passare per giovane… Getta la rete della memoria, la getta attorno a sé e tira su se stesso predatore e insieme preda, oltre la soglia del tempo, oltre la soglia del luogo, per capire chi egli sia stato e chi sia diventato”.
Il celebre passo è ovviamente tratto dal racconto di Ingeborg Bachmann Il trentesimo anno, giustamente divenuto famoso nel tempo per lo sguardo tagliente dell’autrice austriaca -e trasversale alle epoche e ai luoghi- su un’età sempre più indefinita e informe, che scappa e sfugge alle definizioni, alle parole che si dimostrano sempre imprecise e insufficienti; questo racconto inoltre ha focalizzato, ponendosi come vera e propria pietra miliare per generazioni di giovani scrittori- il tema della soglia, del passaggio alla maturità, del privilegio di un punto di vista a metà tra passato e futuro, al fragile vertice della parabola della vita. Troppo celebre, come titolo, per poterne prescindere nel considerare questo libro di Mancassola, autore che certamente dimostra, nella sue pagine, un’attenzione tutt’altro che superficiale a queste tematiche narrative e a questo tipo di scrittura.
Allo stesso tempo però questi due racconti si possono analizzare come una trasfigurazione deformata dei temi cari a Ingeborg Bachmann: il contesto di Mancassola è perennemente spostato su un piano declinato verso il basso, una piattaforma valoriale tuttavia condivisibile nell’intreccio delle relazioni sentimentali e familiari più comuni. Ad una prima lettura emerge con chiarezza il carattere cupo e delirante dei due racconti; poi però il sottotitolo, quel “sul sopravvivere”, impone un passo indietro per capire meglio intrecci e soprattutto la sottile finezza delle distorsioni con le quali Mancassola non gioca, ma colpisce.
Sopravvivere: quindi la prima domanda è quale senso possa avere, a ventisette anni, parlare di sopravvivenza. Mancassola con grande acume e partecipazione emotiva diretta, ma piena di pudore, vuole trasmettere un messaggio anomalo, ma allo stesso tempo di grande densità: sopravviviamo non ad eventi, a situazioni, al tempo, ma in ultima analisi a noi stessi, alla nostra tendenza, innata e spontanea, a “farci male”, proiettando su di noi destini estranei al nostro percorso naturale. Teoria questa, da lettore, di grande suggestione ed impatto: il più grande valore di questo libro è certamente la declinazione di questa lettura del mondo in due storie estreme, estreme come la vita, né più né meno di quanto, nel nostro intimo, ciascuno di noi quotidianamente percorre. Ma finalmente dichiarato, senza veli, “sbattuto” in faccia al lettore (senza voler togliere la sorpresa, vi sono momenti di tensione emotiva veramente inconsueta, lo “spostamento della memoria” nel primo racconto, e “l’assassinio dei gemelli” nel secondo, tra i due il più riuscito forse, per il senso di vertigine, di discesa agli inferi dell’anima, di un laico peccato originale -al quale appunto, in ultima, sopravviviamo-).
Di grande gusto le fotografie del fotografo padovano Pierantonio Tanzola, un incessante e spietato controcanto al racconto. Un bianco e nero radiografico, il suo, però partecipato e orgoglioso, coerente senz’altro con il testo che accompagna e arricchisce, il tutto impaginato con grande cura da minimum fax.
Pagina dopo pagina, Il ventisettesimo anno diventa poco più che un pretesto per costruire visi, visioni, divisioni, discussioni, in un gioco talvolta affascinante talvolta gratuitamente perverso. Il ventisettesimo anno come stordimento catartico. Come talvolta succede in autori di analoga formazione (la fucina anconetana Pequod), il confine tra il fulmine dell’idea e l’acquazzone del suo svilimento è tuttavia molto labile e indistinto; rileggendo questo libro la sensazione è di un abbagliamento, di una ferita. Personalmente ripasso fra tre anni, curioso di vedere come Mancassola supererà la soglia anticipata che lui stesso ha sinora costruito.


Alberto Campagnolo  (19-12-2005)

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