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Racconti di un giorno che sai
Racconti di un giorno che sai
AA.VV. 
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Religione, Italia 2005
188 pp.
Prezzo di copertina € 13,50
Curatore: Enrico Ferri
Editore: Marcos Y Marcos , 2005
ISBN 88-7168-394-3


Marcos Y Marcos

I ricordi di un professore universitario che a Sligo incontra strani fantasmi del passato e altri personaggi altrettanto bizzarri e la sua discesa agli inferi; un singolare caso di avvelenamento e amore in ospedale; un bagno fuori stagione e l’esperienza del coma; le confessioni di un poliziotto ucciso dopo aver subito due colpi di pistola... tredici racconti che esplorano l’esperienza e l’imbarazzo della morte.

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Racconti di un giorno che sai: E non posso scordare, e non posso scordare… ma non ricordo cosa

Noi sappiamo così poco. E quel poco che sappiamo cerchiamo di dimenticarlo. Per fortuna non ci riusciamo.

Uno dei temi su cui più si dibatte in ambito antropologico è la vergogna della morte. La società occidentale tende a celare il momento finale, a nasconderlo con imbarazzo, a descriverlo come qualcosa di non appartenente all’esperienza umana. La banalità, o meglio la quotidianità della morte suscitano ripudio. E la violenza visiva attuale è solo una maschera di questo rifiuto (si legga in proposito il saggio La nera signora di Alfonso Di Nola). Le morti “speciali” non fanno altro che distogliere lo sguardo dalle morti di tutti i giorni che, invece, risultano “pornografiche”, inguardabili, nude così come erano “nudi” i corpi del cinema di Pasolini. L’idea comune è che la morte sia un atto disumano. Questi tredici racconti, invece, ne svelano il lato umano, comune, normale invece che speciale. La morte irrompe qui come qualcosa di appartenente ad ogni esperienza e, quindi, intrinseca ad essa, al punto di essere, addirittura, un momento di ripartenza e non di stallo.
È il paradosso secondo cui non si potrebbe definire il bianco senza il nero, il bene senza il male. È la morte che dà una definizione alla vita, che la distingue, che ne traccia i contorni.
Vita e fine della vita hanno a che fare col tempo ed il tempo, come spiega, nell’ultimo bellissimo racconto, Dario Voltolini, è l’essenza stessa della scrittura. La narrativa ha a che fare con essa come con una quarta dimensione: la dimensione dell’assenza.
Così gli autori di questo libro, spesso, metabolizzano la morte come mancanza. Quasi sempre di un padre (come accade in Voltolini, Busetta, Benati, Nori). Oppure presenza di un fantasma e rimorso del passato.
Si procede per un mondo fatto di comparse e scomparse, come nel racconto “Anche venticinque”, dove Paolo Nori crea un discorso che, sul filo della memoria e delle cose a lui care, apre infinite parentesi per poi richiudersi, delicatamente, su se stesso.
Altre volte la morte si fa più incombente, pesante e assillante: sono le malebolge del lunghissimo racconto di Daniele Benati “Fine non finire”.
In generale sono morti esteriori e interiori, fini definitive oppure piccole interruzioni del vivere (vedi lo stupendo “Un bagno al largo fuori stagione” di Emidio Clementi).
O, altrimenti, inaspettate, intervalli che ci lasciano lì con una lista di cose ancora da fare o da desiderare (“Indicazioni da seguire…” di Sandro Veronesi).
Ma che cosa significa realmente la parola “morte”? Il “giorno che sai” è, nell’ottica di questi autori, un elemento dell’entropia del mondo (Giovanni Busetta), qualcosa che cambia le parti in gioco ma non le forze. Possiamo osservare questo mistero, vederne la nostra inadeguatezza, averne paura. Ma, superstiziosamente, alla base del discorso c’è questo: che parlarne ci lascia vivi, ci garantisce la nostra presenza. O almeno, più pessimisticamente, ce la fa credere (“Se penso” di Maurizio Matrone).
E questo avviene senza aver raccontato niente, in fondo, del passato e del futuro. Rimanendo come un fiore col gambo impigliato al nostro presente: l’unica cosa che possediamo.


Nicola Manuppelli  (15-12-2005)

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