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Le rose della colpa
Doghouse Roses
Steve Earle 
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Racconti, Stati Uniti 2001
220 pp.
Prezzo di copertina € 13
Traduzione: Matteo Colombo
Editore: Meridiano Zero , 2005
ISBN 888237106-9


Meridiano Zero

Nelle undici short stories va in scena una varia umanità di tossici, fuggiaschi, veterani, fuorilegge, songwriter e disperati di varia forma e natura che sembrano sospesi in un tempo indefinito tra le strade in cui sono persi e i sogni che stanno inseguendo.

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Le rose della colpa: The Hard Way, il sogno americano secondo Steve Earle

A preoccuparlo non erano le autorità. Erano quegli altri, quelli che non conoscevano i limiti. Uomini senza nome, senza famiglia, senza vincoli di fedeltà a intralciarli nel compimento della loro missione. Erano loro i veri fuorilegge. Figli di puttana veri, che avrebbero potuto inseguirlo fino ai confini della terra, e l’avrebbero fatto.

Si fa presto ad ironizzare sui losers, sui perdenti e sui falliti di questo mondo, visto che ormai non gli è concessa nemmeno l'aura della dignità. Anche i poeti, come aveva già detto un profetico Bruce Springsteen in Jungleland, quaggiù non scrivono più nulla e se ne stanno in disparte a guardare gli eventi. Quaggiù è inteso nei bassifondi, nelle strade, negli angoli oscuri delle città che Steve Earle invece ha avuto il coraggio di esplorare prima con le sue canzoni (e il suo rock'n'roll) e poi con le short stories di Le rose della colpa. Molti racconti subiscono i riflessi dell'autobiografia di Steve Earle e dei suoi burrascosi trascorsi ai margini della tossicodipendenza (come in Una sorta di elogio funebre) o nei meandri dello show business (come nel bellissimo Billy The Kid) o, ancora, della sua battaglia contro la pena di morte (in Il testimone). Altri provengono più direttamente da un universo di fiction, ma l'attenzione di Steve Earle è sempre e costantemente rivolta ad un'umanità precaria e dolente, per quanto risoluta a non sentirsi sconfitta. A partire dalle primissime righe della raccolta, dove Steve Earle cita, in rapida successione, Raymond Chandler, Chet Baker e Tom Waits, è chiaro che inoltrarsi ne Le rose della colpa vorrà dire finire sulla strada (in Wheeler County) dove, avrebbe detto Norman Mailer, si scoprirà che il fuorilegge vale più dello sceriffo. Capiterà di affrontare il deserto e toccare con mano quanto bruci il border, la frontiera tra U.S.A. e Messico, tra Nord e Sud, dove si combatte una guerriglia quotidiana tra ricchi e poveri. Un'altra guerra, quella del Vietnam, aleggia tra le righe (e molto più esplicitamente in La rimpatriata) con il sapore amaro e malinconico di una storia che nessuno vuol più sentire. La sconfitta fa paura, specie se si credono ancora funzionali le illusioni americane, e Steve Earle non ha paura di raccontarla in tutte le forme che può assumere nell'arco di una vita. Non è uno scrittore particolarmente votato ad un linguaggio ricercato e/o raffinato, ma è uno storyteller che sa toccare le pieghe più cupe del cuore, quelle che nessuno, o quasi, osa ormai sfiorare. Sarà anche un loser, ma è sincero, coraggioso e genuino al cento per cento.

Marco Denti  (20-10-2005)

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