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Per grazia ricevuta
Per grazia ricevuta
Valeria Parrella 
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Racconti, Italia 2005
103 pp.
Prezzo di copertina € 9,50
Editore: Minimum Fax , 2005
ISBN 88-7521-059-4


Minimum Fax

Quattro racconti lunghi per narrare la Napoli del contrabbando, delle coppie ferite, degli amori mai realizzati, degli incontri mai avverati. In “La corsa” Mario spaccia e viene accoltellato, Anna rimane sola col figlio Tonino. Roberto cerca di avvicinarsi ad Anna ma anche questa entra nel giro del contrabbando e finisce in carcere. In “L’amico immaginato” la piccola Agnese ha un amico immaginario mentre sua madre, Marina, immagina un amore con Ernesto che sembra sempre essere vicino, salvo poi sfuggire. In “p.G.R.” altri personaggi che si sfiorano, la protagonista e la sua famiglia, l’amore passato e quello a venire, una tesi di laurea pubblicata ad altro nome e Mina e Alberto Lupo che cantano “parole, parole, parole”.

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Per grazia ricevuta: Naufragare e galleggiare

Luca è nato da qui e adesso si muove nella vita con la sicurezza con cui stanno a galla quelli che hanno imparato a nuotare da piccoli, prima che potesse arrivare la paura.

E’ un libro di racconti, questo di Valeria Parrella, ma è come se fosse un concept-album. Il tema, molto delicato e sottile, è quello dello sfiorarsi, del mancarsi, delle possibilità e delle occasioni. Una delle protagoniste, la piccola Agnese mangia coi nonni e lascia un posto libero a tavola per il suo amico immaginario. Ma è quello che fanno più o meno tutti i protagonisti di queste storie: lasciano posti liberi per persone che non ci sono. Così la mamma di Agnese, Marina, accumula ore di lavoro per liberarsi un giorno per il suo amante, Ernesto, che poi non arriva; Roberto aspetta Anna che è in carcere e Anna conta i giorni nell’attesa di tornare dal figlio di Tonino. È un libro di persone sbagliate al momento sbagliato. Di figli impossibili avuti da uomini con cui non si è mai state a letto. Di bambini che vivono un mondo diverso dai genitori, di figli incastrati fra due generazioni, di case da aggiustare e rapporti da mantenere. È il ritratto di un mondo dove la comunicazione è sempre un ostacolo invalicabile; dove ci sono lettere e cunicoli e labirinti del pensiero.
Valeria Parrella parla di questi “amici immaginari” isolati nel mondo con una velocità di scrittura che si sviluppa nel tempo, soffermandosi in istanti interminabili sulla scelta di un vestito, una scarpa. Perché ogni particolare è essenziale per darsi un’identità. Si vive di sostituzioni, di vite vissute al posto d’altri, come quando la protagonista di “p.G.R.” scopre che la sua tesi è stata pubblicata a nome della sua professoressa; come quando Marina scopre di aver concepito un bambino con addosso il desiderio di un altro uomo.
I personaggi di Per grazia ricevuta cercano i loro sbagli ma solo per perseverare in essi; naufragano e si soffermano a pensare al loro galleggiare. E l’amarezza è insita proprio in questo non andare mai a fondo: lo si vede osservando questi eroi che invece di rompersi, finiscono per distrarsi. Le storie vivono di un tessuto breve, piccole trame che lasciano particolari diffusi per tutta la vicenda come fossero frange di un vestito.
Ci sono momenti carveriani, come quello della televisione che trasmette Mina e Alberto Lupo, confusi con suggestioni più cinematografiche, alla Kieslowski, in cui la quotidianità ha qualcosa di più intenso del normale scorrere dei fatti. Così alcuni fotogrammi spiccano per il loro particolare colore: un tatuaggio, il mare di Gaeta, i quartieri spagnoli, un ragazzo che cerca di rubare un cellulare.
Solo i bambini sembrano resistere temporaneamente al naufragio; appena immersi nelle acque del mondo, vi galleggiano dentro, inconsapevoli, in attesa che arrivi la paura.
E parlano da soli, così come parlano da soli gli adulti che finiscono per essere, anche loro, frange del mondo. O almeno di queste storie.
Questa volubilità, poi, si esprime, sul piano della scrittura, nell’abilità dell’autrice (molto più brava, credo, nelle situazioni asettiche che in quelle più volutamente popolari, e più a suo agio nella pacatezza dei toni che nell’aggressività di certi passi) di utilizzare gli stacchi, di passare da una scena all’altra, lasciando un grosso ruolo al “non detto”.
È questo ad aumentare il senso della mancanza, dello sfiorarsi, di queste persone che si confondono coi fantasmi.


Nicola Manuppelli  (12-10-2005)

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