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Tutto su mia nonna
Tutto su mia nonna
Silvia Ballestra 
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Autobiografia, Italia 2005
200 pp.
Prezzo di copertina € 13,50
Editore: Einaudi , 2005
ISBN 88-06-17270-0


Einaudi

Silvia racconta se stessa e la sua famiglia, partendo dalla figura emblematica di sua nonna Fernanda. Gli anni della guerra e la giovinezza della nonna, la morte delle prozie, il padre simile a Norman Bates, la madre e i difficili rapporti nella famiglia Marzialetti, il nonno fautore del progresso scientifico e il bisnonno fascista. Un viaggio che arriva fino al presente, alle visite alle tombe dei nonni, alla vendita dei mobili vecchi, diventati pezzi d’antiquariato, a Silvia stessa con i suoi dubbi sul futuro romanzo, sul tempo che passa e la labilità di tutte le cose.

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Tutto su mia nonna: Gruppo di famiglia in un interno

Oggi so che nonna Fernanda era il vero direttore di tanta irrefrenabile orchestra mai stanca di prodursi in concerto.

È inevitabile, parlando di questo libro, fare riferimenti al mondo del cinema. Già nel titolo si rievoca il famosissimo “Tutto su mia madre” di Almodovar e tutto il romanzo è costellato di citazioni, riferimenti, allusioni a varie pellicole. E, in un certo senso, di cinematografico questo libro ha molto; soprattutto la sua concezione di opera metaletteraria, nella quale l’autrice interrompe il flusso narrativo per mostrarsi nell’atto vero e proprio della creazione, per esibire i suoi dubbi sul futuro romanzo, per dialogare con i personaggi e sprofondare nelle sue ansie. È una sorta di “Otto e mezzo di Silvia Ballestra”, una specie di “Caro Diario” in salsa marchigiana. La vicenda familiare e quella personale di Silvia si intrecciano in quella che non è una trama vera e propria ma una serie di appunti che viaggiano fra passato, presente e futuro, riesumando “pezzi” di quella che è la personalità di Silvia oggi. È lei stessa a definire il suo libro un piccolo “saggio di antropologia picena”, evidenziando come l’importante, in questo caso, non sia la storia ma la serie di quadri, ritratti che la sua scrittura incolla, appiccica l’uno all’altro sul filo dei ricordi.
È una struttura cinematografica, appunto. La telecamera inquadra un oggetto e la scena successiva riparte con la medesima inquadratura, ma in un altro luogo e in un altro tempo. È la tecnica che vediamo in molti film di Woody Allen (e, qui, molte situazioni hanno un vago sapore alleniano, come la scena in cui viene benedetta la casa e il padre di Silvia sta rinchiuso in bagno).
Come in un saggio, Silvia Ballestra utilizza la figura della nonna come nodo tematico attorno al quale ruotare, girare, divagare. È una scrittura piena di frange, talvolta surreale (come nel caso dei dialoghi col personaggio Sabrino Pirandello), che viaggia tra le epoche velocemente e in modo volutamente sbrigativo, sorretta da una sostenibilissima leggerezza e da un umorismo soffuso.
La maturità della scrittrice emerge nei vari richiami a distanza, nel riallacciare parti lontane del romanzo con piccole frasi, brevissime allusioni. Il libro è, infatti, pieno di una serie infinita di sottotrame (basti pensare al lungo rosario di funerali a cui si assiste in vari punti del romanzo).
Anche le citazioni sono fatte con pudore e con gusto mai postmoderno.
C’è molto cinema, come detto. Si scorgono qua e là tracce di Luchino Visconti ( “tre sorelle come dita di una sola mano” ricordano tanto la descrizione che Visconti fece di “Rocco e i suoi fratelli” parlando di cinque figli, cinque come le dita di una mano), di Fellini (per esempio il personaggio di zia Pola, maniaca della pulizia), di Carlo Verdone, di Altman, ecc.
È l’autrice stessa ad alimentare a più non posso questo richiamo al cinema; dalla descrizione del padre come un personaggio alla Norman Bates di Hitchcock alla esplicitata volontà di scrivere un libro che mescoli dramma e commedia come ne La vita è bella di Roberto Benigni.
E di quest’ultimo intento, effettivamente, qualche traccia c’è: le ripetute riflessioni sul tempo che passa, sulla religiosità, sulla diversità delle epoche e quindi inevitabilmente sulla morte costituiscono una sorta di contrappunto ai momenti leggeri. C’è anche molto “nero”: ci sono morti e cimiteri, c’è l’angoscia del futuro, l’ansia di vivere. Ma è solo un sottofondo di malinconia, come quello che può dare la sensazione di vedere vecchi mobili che un tempo erano pezzi d’arredamento e oggi sono pezzi d’antiquariato. È quella malinconia alla Gozzano, flebile e di sottofondo.
Ma questo è implicito in un romanzo che si basa sulla memoria, che si perde nelle discussioni familiari e negli interni, con il gusto dell’intimità e del privato che hanno certe narratrici sudamericane, con le loro stesse alternanze di amore e d’ombra.
La Ballestra va a toccare proprio quelle sedie che restano chiuse nel cellofan per tanto tempo per paura di rovinarle; ne leva la protezione.
Si ferma sugli oggetti, sulle parole di lingua picena, sulle facce, sui palazzi, le lettere e le fotografie.
Cercando infine, attraverso sua nonna e la sua famiglia, se stessa.


Nicola Manuppelli  (11-10-2005)

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