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Solitudini imperfette
Solitudini imperfette
Andrea Mancinelli 
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Romanzo, Italia 1998
145 pp.
Prezzo di copertina € 13,40
Editore: Baldini & Castoldi , 1998
ISBN 88-8490-299-1


Baldini & Castoldi

Mattia lavora a Milano come impiegato in una multinazionale di prodotti cosmetici. Mattia è un gay inquieto e confuso, giovane uomo appannato e fragile; alterna affetti potenzialmente solidi e maturi, ma mai portati a termine, a facili incontri occasionali con altri uomini. Una storia d’amore lo accompagna però a prendere coscienza di sé e del modo in cui riconoscersi affettivamente: Stefano, ragazzo conosciuto in un locale, acquista uno spazio sempre crescente, senza tuttavia diventare mai un amore totalizzante, esaustivo. A metà tra ricordo ed azione, Mattia cerca, con alterna maturità e consapevolezza, le risposte al disagio esistenziale che sente dentro di sé, e le cerca nelle parole di un maestro di vita perduto per sempre, un amico scrittore prematuramente scomparso, troppo importante per essere dimenticato, troppo presente ed attuale per poterne prescindere.

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Solitudini imperfette: Seduzione e mercato

Dire la verità ti obbliga anche ad ascoltarla. Sul serio. E allora capisci che se non inizi a rispettare l’altro, potrebbe un giorno accaderti la stessa cosa: di sentirti dire tutta la verità. E se non sei pronto ad ascoltarla, ti farà molto male. Forse per questo ci siamo abituati a mentire, non sopportiamo l’idea che qualcuno ci riveli verità troppo simili alle nostre. Mentendo per tutta la vita, non saprai mai quanto dolore puoi causare.

Se un romanzo è valido e “funziona” quando riesce a coinvolgere il lettore a tal punto da metterlo in discussione, da emozionarlo o addirittura da ferirlo, da fargli assumere non tanto una posizione sulla vicenda -troppo facile- ma un’opinione nuova su se stesso, o in ogni caso da ampliarne gli orizzonti e le vedute, allora certamente Solitudini imperfette è un esempio di buona letteratura - ammesso e concesso un linguaggio asciutto, moderno e accattivante, come nel caso di quest’opera prima di Andrea Mancinelli. Al di là del contesto narrativo - le vicende di un giovane gay milanese - tanto radicale ed estremo quanto universale e facilmente trasferibile anche a chi non si riconosca, letteralmente, negli aggettivi che connotano la narrazione, Solitudini imperfette racconta fondamentalmente la storia di una debolezza nella quotidiana dinamica dei confronti. I continui flashback che cadenzano il racconto alternano presente e passato, cause ed effetti, sentimenti e ragioni, ma senza soluzione di continuità. La vicenda racconta la formazione e in un certo senso l’educazione sentimentale del protagonista, ma secondo una lettura al negativo. Mattia vive l’assenza di una vera prospettiva di relazione, intesa come affetto, e si accontenta, di fatto, di lasciarsi vivere. Mattia non si impone, nell’amore: lo teme. Il protagonista quindi percorre il trapasso della “fatale” soglia dei trent’anni con la consapevolezza del distacco con cui vivere quotidianamente la propria esistenza e quella degli altri. Questo emerge tanto nello scorrere delle vicende della sua relazione con Stefano quanto in tutte le distrazioni, mentali e reali, dalla storia stessa. Come se l’amore per essere vissuto debba per forza accompagnarsi alla propria negazione. Esser soli per poter stare insieme. Ed essere in due per poter avere senso come uno. In questo a mio giudizio la magia di queste pagine, la loro efficacia. Ed in questo l’evocazione, a tratti tenera e poetica, della figura di Pier Vittorio Tondelli, sotteso da Mancinelli alle parole dell’amico scrittore continuamente richiamato dal protagonista del romanzo, ed in particolare alle sue Camere separate, la forma visibile dell’incapacità di stare “con te e senza di te”. Se si può invece scorgere un limite in questo romanzo, ammesso che limite sia, è la sua sottile voluta finzione, la seduzione nemmeno poi troppo velata nei confronti del lettore, il richiamo da sirena diretto alla sua sfera emotiva. Questo forse per precise esigenze editoriali, o di marketing: una storia che corre il rischio di non riuscire a bastare a se stessa per la propria semplicità, infatti, se non addirittura per la marginalità che in Italia una vicenda a sfondo gay può ancora indurre nel lettore comune, cerca forse nel ponte emozionale la propria unicità, il proprio senso. Il contenuto emotivo delle pagine è sempre leggermente eccessivo, traboccante. Come quando, nel prendere in mano un boccale di birra eccessivamente scosso ci si sporca la mano. Lo stesso sapore di schiuma che resta al termine della lettura, lo stesso sentimento di sottile tristezza, di spleen che peraltro accompagna anche il protagonista del romanzo durante queste pagine. Non si può fare a meno di chiedersi se Solitudini imperfette sia così incisivo, a tratti penetrante come un bulino medievale, per la qualità della storia e della scrittura, oppure per la carica emotiva che viene messa in gioco. Forse fa poca differenza se in questo caso l’opera stia a mezzo tra contenuto ed immagine, tra angelico e demoniaco nel mondo della letteratura, se riesce comunque, magari appena furbescamente, ad entrare dentro e a farsi spazio, pur piccolo, nella nostra testa e a tratti anche nel nostro cuore.

Alberto Campagnolo  (29-06-2005)

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