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L'ordine dell'addio
L'ordine dell'addio
Emilia Bersabea Cirillo 
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Drammatico, Italia 2005
199 pp.
Prezzo di copertina € 13
Editore: Diabasis , 2005
ISBN 88-8103-244-9


Diabasis

Valeria ha 50 anni e non ha più memoria, di nulla. Per questo, per guardare in avanti e godere del silenzio necessario alla pace dell’anima, si rifugia nella grande casa di famiglia che le ha lasciato la nonna, in un paese dell'Alta Irpinia. Sul finire dell'estate i compaesani tornati per le ferie ripartono, chi per la Germania, chi per la Svizzera; il paese ritorna nell'oblio, sono pochi davvero quelli che restano, la giovane libraia, una anziana nobildonna amica di famiglia, l'amica dei giochi d’infanzia che dopo essere emigrata con la famiglia anche lei è tornata, ha riaperto il forno e odora di zucchero candito “come quello dei taralli”. Valeria brama l’arrivo di quei mesi di vento freddo e silenzi nella speranza di riannodare i fili di una vita, la sua, che sembra non appartenerle più e che la rende vulnerabile ed estranea a se stessa e agli altri. E gli altri, cosa sanno di lei? Cos'è che si è smarrito nei labirinti che il dolore scava nella mente?

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L'ordine dell'addio: Vuoti di memoria

Ma come ti passerà il tempo fino allora? Qualcuno aveva letta la frase per radio nel programma che ascoltava di notte. Le era sembrata, più che una domanda, una minaccia rivolta alla sua vita. Si toccò i capelli, le labbra. In quel momento ricordò.

“C’è qualcosa che non riesco a dimenticare, ma non ricordo cosa” scriveva Leonard Cohen in una canzone: se ogni libro avesse, come i film, una colonna sonora, quella canzone sarebbe perfetta per L’ordine dell’addio. C’è qualcosa che la protagonista non riesce a dimenticare, ma non ricorda cosa e intanto le pagine si susseguono, una dopo l’altra, alternando le descrizioni di un paesaggio rurale, romantico ed abbandonato dalla modernità ad una spasmodica ricerca della memoria perduta: immagini che riaffiorano, ricordi fugaci, talvolta soltanto il sapore di un cibo o i brandelli di una scena, una frase priva di ogni contesto, uno sguardo che non si sa a chi appartenga, più spesso un nome. Ma ai ricordi si affianca anche il sapore amaro di un dolore che non si sa, anzi, che Valeria non sa, perché tutti gli altri, in paese, lo sanno. Amnesia o follia ed il filo sottile che le separa, il tic tac inesorabile che scandisce il tempo della vita dei luoghi e delle persone, l’ostinato attaccamento alle origini e l’ansia di fuggire a quelle mura dove il tempo pare fermarsi tranne quando arriva il terremoto. E l’amore sopra ogni cosa. Questi gli ingredienti del romanzo di Emilia Bersabea Cirillo. A tratti la sensazione è quella di aprire un baule di ricordi, di quelli impolverati che stanno in soffitta pieni di cose vecchie, un tempo belle, che però non servono più a nessuno. Come le camicie di lino bianco del corredo della nonna che la protagonista indossa nelle giornate afose di fine estate, come le fotografie dai colori sbiaditi che dovrebbero ricordarle qualcosa e che invece la sfiorano soltanto. Cullati da una scrittura piacevole, chiara ma raffinata si arriva ad un inaspettato finale a sorpresa. I tasselli si ricompongo, piano piano, verosimilmente, eppure resta un vago senso di vuoto…

Simonetta Degasperi  (17-06-2005)

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