“Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore del liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”, si legge (tra l’altro) nel Manifesto del Futurismo a firma Filippo Tommaso Marinetti, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fortunato Depero, Antonello Sant'Elia, Luigi Russolo pubblicato da Le Figaro il 20 febbraio del 1909. Tutti temi presenti in questo terzo libro di Marinetti ispirato alla guerra dopo La battaglia di Tripoli (1912) e Zang Tumb Tumb (1914). Il romanzo fu composto da Marinetti elaborando gli appunti presi durante gli ultimi mesi della prima guerra mondiale. Il tenente Marinetti racconta le sue avventure in ventinove capitoli apparentemente diaristici ma in realtà sempre sospesi tra autobiografia e invenzione.
Il titolo del libro riedito da Vallecchi nel quadro della progressiva riproposta (e perché no, riscoperta) dell’opera marinettiana fa riferimento all’autoblindo modello 74, “alcova d'acciaio veloce, creata per ricevere il corpo nudo della mia Italia nuda”, metallica macchina da guerra e simbolo di un progresso tecnologico al centro dell’attenzione dei futuristi sin dai primi vagiti del movimento. Rumore, velocità, ingranaggi, motori: Marinetti ebbe a definire il Futurismo come un radicale ripensamento dell’arte, del corpo e dello spirito, che devono aprirsi alla modernità. L’immagine idealizzata della macchina rimpiazza quella del corpo femminile e della sua bellezza. La studiosa Cinzia Blum descrive questa mitizzazione della macchina come una “trasformazione fantasmatica di un nemico in un oggetto amico, che incoraggia un’illusoria amplificazione del potere, una sensazione di sadica onnipotenza”. Una sorta di ‘nuova creazione’ che suggerisce una ibridazione violenta tra macchina e corpo umano che anticipa sotto molti aspetti i temi di molta filosofia e arte degli ultimi decenni. Con un ingrediente in più, arcaico, demodé e disturbante: il militarismo. Che tra le pagine di questo memoriale in forma di romanzo (o forse è il contrario?) scorre a fiumi, come il sangue nelle trincee di una delle guerre più sanguinose di tutti i tempi. Militarismo, machismo e nazionalismo rendono la lettura un’esperienza non facile e a volte quasi irritante, ma si mescolano così mirabilmente con momenti di vita vissuta, di tenero cameratismo, con squarci di cronaca storica vividi come solo le testimonianze dirette possono essere. L’Italia di Caporetto e del Piave riesce a tratti a spogliarsi (nonostante Marinetti) della retorica interventista e patriottica e a diventare il teatro di una immane tragedia, di un lutto fangoso e livido, della disperazione che si alterna alla speranza. Un paesaggio lunare e brutale che i cingoli dell’autoblindo calpestano quasi con allegria durante il cammino. Verso il fronte, verso una città sventrata dalle bombe o verso un bordello, non importa.
David Frati
(30-04-2005)
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