Sono trascorsi dieci anni dall’ultimo romanzo di Gabriel García Màrquez e sembra di ritrovare il “Gabo” dei primi racconti e romanzi brevi, che hanno tracciato le basi di Cent'anni di solitudine e de L'amore ai tempi del colera. Come Nessuno scrive al colonnello, Foglie morte, L'autunno del patriarca per l’epopea della stirpe condannata a cent’anni di solitudine, Memoria delle mie puttane tristi è una miniatura, più che la bozza, di quello che sarebbe potuto essere un altro capolavoro del Nobel colombiano. O forse lo è davvero, visto che Màrquez non sta bene da molto tempo, e negli ultimi dieci anni ha pubblicato un racconto giovanile e diverse raccolte di articoli ed appunti ma nulla di nuovo, e questo nuovo libro a non pochi ha dato l’impressione di una forzatura editoriale. Potrebbe essere qualcosa di ‘scritto attorno’ a L’amore ai tempi del colera, ma cosa importa?
Resta il fatto che, più fedele a se stesso che mai, con uno stile che è difficile descrivere poiché è soltanto il suo, con un libro che forse ha scritto da poco forse vent’anni fa, Màrquez torna al suo genere prediletto, quello del romanzo breve, in forma smagliante. Lo fa rendendo omaggio allo scrittore giapponese Yasunari Kawabata con la citazione de La casa delle belle addormentate, lo fa citando e parafrasando velatamente Jorge Louis Borges. Lo fa toccando l’anima e l’erotismo più morboso contemporaneamente.
Lo fa tracciando con poche, decise e precise pennellate un personaggio pieno di carattere ed una storia piena di altre storie appena accennate e subito abbandonate per seguire, nel racconto, un vecchio ancora pieno di desideri che ci fa guardare alle cose della vita senza fasi pudori, pronto a sovvertire abitudini e opinioni forse con un certo cinismo ma “senza perdere la tenerezza”.
Simonetta Degasperi
(30-04-2005)
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