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Alla persona che siede nelle tenebre. Scritti sull'imperialismo
To the Person Sitting in Darkness
Mark Twain 
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Saggio, Italia 2004
133 pp.
Prezzo di copertina € 12
Traduzione: Candida D'Aprile Barbara Cruciali Claudia Castelli Bruna Bottone
Editore: Spartaco , 2004
ISBN 88-87583-20-X


Spartaco

Una raccolta di scritti ed interventi di Mark Twain elaborati nel corso del suo ultimo decennio di vita, in quella che fu definita la sua fase “pessimista”. Articoli scomodi allora (Twain era convinto di scrivere cose terribili, tanto da disporre che non venissero pubblicate se non molto tempo dopo la sua morte) e profetici oggi. Si attaccano l’imperialismo e la civilizzazione a tutti i costi, il senso di superiorità americano, la crudeltà del potere che porta alla follia, il fanatismo religioso, i regimi militari e tutti quegli usi, come il linciaggio, che degradano il concetto di dignità della razza umana. La preghiera della guerra è un’invocazione a Dio al contrario, dove viene palesato ciò che di tremendo è nascosto in ogni preghiera.
Gli Stati Uniti del Linciaggio è una delle classiche invettive di Twain contro una pratica che, alla fine del 1800 colpiva, in media, 139 persone all’anno, il 75 per cento delle quali erano nere.
Alla persona che siede nelle tenebre mette in luce le conseguenze sanguinose dell’imperialismo, coinvolgendo anche gli Stati Uniti, accusati per la loro intromissione negli affari cinesi.
Allo stesso modo In difesa del generale Funston e Sull’uccisione di 600 moros criticano la gestione americana delle Filippine, in mano agli Stati Uniti dal 1898 al 1934.
Con Il soliloquio di re Leopoldo e La drammatica figura del re del Belgio (anticipatrice di tante drammatiche figure del secolo a venire) si chiude la miscellanea.
Mark Twain ci ha lasciati nel 1910 ma i carnefici sono ancora fra noi.


naldina naldina naldina naldina naldina

Alla persona che siede nelle tenebre. Scritti sull'imperialismo: Che il campo altrui sia devastato dalla pioggia! (La metà oscura della democrazia americana)

E noi che facciamo? Continueremo a imporre la nostra civiltà ai popoli che siedono nelle tenebre, o li lasciamo un po’ in pace? Tiriamo dritto col nostro vecchio, vociante, pio sistema e impegniamo il nuovo secolo in questo gioco oppure prima dobbiamo rinsavire e sederci per discuterne?

Dietro lo pseudonimo di Mark Twain, Samuel Langhorn Clemens nasconde una doppia identità; da una parte l’autore per ragazzi, l’inventore di storie avventurose e talmente piene di vita da essere diventate la base di gran parte dell’immaginario americano; dall’altra parte l’umorista feroce, satirico e pessimista che mise alla berlina gran parte delle infamie del suo stato, dal razzismo al perbenismo del New England. Quest’ultimo aspetto di Twain è venuto fuori solo molto dopo la morte dello scrittore del Mississippi ed è stato messo particolarmente in luce da un critico attentissimo come Leslie Fiedler. Twain è il primo autore americano ad aver dato voce alle minoranze etniche, portando il loro linguaggio nei libri. Questa lingua dialettale si è nutrita degli umori del popolo per battere sul tamburo i suoi j’accuse. Ed è stata l’anticipatrice di tutta la contro-cultura americana. Alle origini di ogni popolo c’è una parte di bene ed una parte di male, una parte positiva ed una negativa. L’America affonda le sue radici anche in una zona oscura e queste radici sono vive ancora oggi. Per questo, anche adesso, la critica di Twain morde ferocemente e affonda i suoi denti nel falso moralismo del progresso.
Per ogni preghiera affinché il nostro campo sia coperto dalle piogge, dice Twain, c’è sottintesa una preghiera affinché il campo altrui sia devastato dalla siccità.
Sia esempio, per tutto questo, il saggio che dà il titolo al libro. To the Person Sitting in the Darkness fa riferimento alla famosa rivolta dei boxers in Cina. I boxers erano un’associazione segreta della regione dello Shandong, nata inizialmente per la difesa dei poveri contro le angherie dei funzionari imperiali. Successivamente si trasformarono in un gruppo nazionalista che cominciò a contestare le ingerenze degli occidentali sugli affari del popolo cinese.
Nel 1900 i Boxers attaccarono le missioni degli occidentali in Shandong e in Manciuria. Ne seguì una spedizione militare occidentale multinazionale che colpì un nugolo di cinesi male armati e male organizzati, causando un massacro. Ed è qui che s’innesca l’accusa di Twain all’etnocentrismo americano ed occidentale, accusa che, decontestualizzata, potrebbe valere ancora oggi (basti ricordare i fatti dell’Iraq).
Ma il male, come sembrano sostenere i curatori di questo libro (Alessandro Portelli e i curatori della splendida rivista di studi anglo-americani Acoma), sembra essere sempre uguale a se stesso. E’ la banalità del male, come diceva Hannah Arendt.
E il dubbio che rimane oggi è questo: chi è il nostro re Leopoldo, chi i Filippini ed i Cinesi massacrati, chi il nostro generale Funston, chi il generale Wood, chi il reverendo Ament e chi, infine, il nostro Mark Twain?


Nicola Manuppelli  (05-02-2005)

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