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Antonin Artaud. Verso un corpo senza organi
Antonin Artaud. Verso un corpo senza organi
Lorenzo Chiesa 
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Saggio, Italia 2001
152 pp.
Prezzo di copertina € 12,40
Editore: Ombre Corte , 2001
ISBN 88-87009-19-8


Ombre Corte

Sessualità, follia, divinità, corporeità. Un’appassionata prospezione dell’opera di Artaud, del suo pensiero, della sua scrittura, del suo paradossale sistema filosofico. Un contributo originale, approfondito, a tratti liberatorio.

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Antonin Artaud. Verso un corpo senza organi: Follia e divinità del dolore

Artaud andrebbe letto senza filtri, Artaud rende in definitiva superfluo anche quel paradossale filtro che queste stesse parole stano erigendo in questo preciso momento.

A più di quarant’anni dalle grandi letture filosofiche che ad Artaud - una delle figure più drammatiche e decisive della grande stagione delle avanguardie – dedicarono autori come Derrida e Deleuze, questo denso saggio di Lorenzo Chiesa ha il merito non solo di ripercorrere il tormentato rapporto tra teatro, gesto e pensiero o pratica filosofica, ma anche in un certo senso di riaprire il discorso sulla presenza stessa di un sistema filosofico in Artaud. Il presupposto (o meglio: la sfida, il télos) del saggio di Chiesa è infatti che sia in qualche modo possibile leggere, interpretare, distillare il pensiero Artaud persino a prescindere dalla tematica dell’affondamento nella follia, dalla “chiusura della rappresentazione” che emerge dalle sue opere, dalla deflagrazione dell’idea di sistema che affiora dalla sua esistenza. Insomma, al di là di una spesso semplificatoria equazione tra psicosi e inconsistenza logica della testualità, sembra oggi non marginale poter riproporre la necessità di “essere giusti con Artaud”, così come, per altri versi ma in evidente analogia, lo stesso Derrida sentì qualche anno fa di dover affermare nei confronti di Freud.

Chiesa ripercorre dunque, con appassionata dottrina (talora non immune da eccessivo manierismo saggistico), i temi più affascinanti della riflessione di Artaud: il rifiuto della “sessualità organica” (metafisica, fallogocentrica, vaginocentrica…); la tentazione, subito superata, della via d’uscita nel mito di una purezza modellata sull’archetipo della castrazione (proprio sull’impossibilità di una “castrazione dionisiaca” si sviluppano alcune delle pagine più interessanti del saggio); l’attacco alla nozione tradizionale di corpo come “degenerazione del sesso”; il miraggio di una sorta di “ascesi critica”, di estasi cosciente, di ‘ordine della differenza’ potremmo dire, sino all’utopia finale di un soggetto molteplice, plurivoco, internamente differenziato. Attenzione però: si tratta di un soggetto solo apparentemente deleuziano, e cioè internamente rizomatico, autocelebrantesi nella sua stessa simulacrale produttività. In realtà, sostiene Chiesa, l’opera, il gesto, la scrittura e il teatro di Artaud non sembrano così tranquillamente lasciarsi ingabbiare dalla tematica della differenza, nemmeno da quella infinitamente stratificata di Derrida. Forse, infatti, la negazione dell’organico, della sessualità, della divinità, l’abbandono della solidità del corpo, il crollo senza fine di ogni sistema simbolico, le ripetute, ossessive esplosioni coprolaliche da cui è costantemente segnata la sua trama testuale, sembrano alla fine non potersi separare da una curiosa, sovversiva, estrema ricerca del fondamento - quasi a mostrarsi come una sorta di postuma e perversa attuazione dell’Aufhebung hegeliana, di straniata riapparizione del Geist. Se allora solo Artaud, al contrario dei suoi esegeti, è stato in grado di portare sino al naturale esito l’esplosione della differenza, sino cioè ad investire il proprio corpo, ciò conferisce alla sua parabola paradossale il carattere autentico del compimento di una impossibilità, il segno prezioso di un estremo, luminoso fallimento: “Il corpo senza organi è il corpo che accetta coscientemente (…) il dolore improprio dell’organicità e che così facendo, esteriorizzando quest’ultima, privandola del vuoto organico responsabile dell’insediamento trascendente, al tempo stesso lo neutralizza”.  



Gian Mario Quinto  (15-01-2005)

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