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Andare ai resti
Andare ai resti
Emilio Quadrelli 
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Saggio, Italia 2004
315 pp.
Prezzo di copertina € 17,50
Editore: DeriveApprodi , 2004
ISBN 88-88738-19-3


DeriveApprodi

Attraverso un numero sostanzioso di interviste, di storie, l’autore descrive il fenomeno delle “batterie”, termine gergale che definiva le bande di rapinatori atipici, che ha caratterizzato il decennio settanta-ottanta. Le motivazioni, l’ambiente di provenienza, il contesto storico, il non adattamento carcerario, le considerazioni attuali di quelli che, sostiene Quadrelli, “a partire da un humus esistenziale comune saranno i protagonisti della più radicale messa in mora delle istituzioni totali che la storia di questo paese ricordi”. Ma in questo percorso, e in modo per nulla accidentale, si disvelano anche le regole, i meccanismi del carcere, di ieri e di oggi.

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Andare ai resti: Banditi, rapinatori, guerriglieri nell'Italia degli anni settanta

A differenza delle abituali attività illegali praticate dagli ambienti marginali e malavitosi, che a ben vedere sono una semplice variante dell’economia politica, le “batterie” sembrano ragionevolmente rappresentarne una critica. Perciò, anziché inserirsi nella normale e consueta negoziazione delle regole del disordine come abitualmente fa la malavita trdizionale, tendono a infrangere ogni regola ordinata e a fare della sfida e del conflitto con i rappresentanti delle forze dell’ordine, la cornice esistenziale del loro stile di vita.

Nel mio girovagare per librerie, qualche tempo fa mi sono imbattuto in un titolo che non poteva non suscitare la mia curiosità di giocatore di poker : Andare ai resti. Frase che indica, nella grammatica di questo nobile gioco, l’intenzione di giocarsi tutto il denaro che in quel momento si ha davanti. Il titolo per me accattivante, non meno dell’argomento trattato, mi ha indotto all’acquisto “al buio”. Non me ne sono pentito, anzi. Questo libro ha avuto il pregio, raro, di aggiungere nuovi elementi di comprensione anche a una persona, come me, che quel periodo ha avuto la ventura di viverlo, e di osservare da molto vicino i fenomeni descritti. Sono molteplici i meriti di questo saggio, e proverò ad elencarli. Innanzi tutto il metodo. Facendo raccontare ai diretti protagonisti la loro esperienza, riesce a consegnarci il campo di indagine della sua ricerca (fabbrica, quartiere, carcere), animato da esseri umani e non da categorie metafisiche. Trova modo di ricostruire la memoria di fatti, ambienti, modi di vita, principi, piuttosto che di stereotipi sociologici. Con questo apprezzabile approccio Quadrelli descrive l’esperienza delle bande di rapinatori degli anni settanta. Quelli che, pur non avendo una tradizione criminale alle spalle, scelgono di costruire la propria vita attorno alla sfida con lo stato sul terreno della riappropriazione del denaro custodito e protetto dagli “sbirri”. Spesso figli di operai o di impiegati, cresciuti nei quartieri fianco a fianco, contestano le gerarchie e i valori della malavita tradizionale, e basano considerazione e fiducia reciproca sulla correttezza e sul coraggio sul lavoro. Istintivamente accomunati da principi, che non hanno bisogno di ideologie, di contratti scritti o di intimidazioni per essere rispettati.
Fa malinconia constatare che c’era un pezzo di questo paese che non sapevamo, e di cui oggi ci accorgiamo solo perché ne certifichiamo la scomparsa. Quella robusta minoranza che rispetta la parola data, che considera vincoli, principi, o anche illusioni, più importanti del denaro, della carriera, e certe volte anche della propria libertà. Sono grato all’autore per avermi ricordato che una parte di quella generosa minoranza era fatta anche da ribelli con le armi in mano, che a modo loro, certo non ortodosso, hanno continuato ad essere parte di una società altra. Un altro motivo di grande interesse è l’analisi dell’impatto che ha avuto, sulla struttura carceraria, l’ingresso dei “bravi ragazzi”. Una ventata di contestazione, in una realtà non rovesciata come qualcuno si ostina a descrivere, ma fin troppo simile al mondo che l’ha prodotta. Da questo punto di vista, per nulla separata. Solo più brutale, e neanche troppo, se dobbiamo confrontarci con la devastazione delle guerre in corso.
Istintivamente portati al non rispetto delle gerarchie della vecchia malavita, sempre pronta a negoziare flussi di denaro, controllo dei quartieri, soddisfacimento dei bisogni illegali della società, con l’ordine costituito (perché intrinsecamente interni alla logica e ai valori del potere), i “bravi ragazzi” mettono in crisi come mai nessuno prima la logica del carcere. Cercando innanzi tutto di fuggire, cosa che la malavita tradizionale non faceva e non approvava, garante, anche sotto questo aspetto, delle regole sociali. Ma anche non prestandosi alla legittimazione delle gerarchie consolidate basata, esattamente come nel “mondo libero”, su sopruso e ingiustizia. Un decennio di evasioni, rivolte, leggi speciali, di squadre e squadrette di stampo sudamericano, di morti e di feriti. Non saranno fermati dalla dalla polizia ma dalla sconfitta operaia, dalla trasformazione dei quartieri di provenienza, dalla fine della comunanza solidale. Da quello che Quadrelli chiama il ciclo dell’eroina, che trasforma il noi in io, che legittima abbandoni e tradimenti.
Sfiorisce, non a caso, agli inzi dei rampanti anni ottanta, “l’anomalia barbara”. Ma il libro non finisce qui. Ci permette anche di capire l’oggi, con l’affermarsi dei commercianti illegali (droga, prostituzione, armi, appalti etc. etc.), l’ingresso sempre più massiccio dei migranti in carcere, il vuoto sociale ed esistenziale dentro i quartieri, e anche fuori, surrogato dalla bulimia consumista.
E sembra tutto chiaro, anche perché è stato spiegato il prima, e non solo l’adesso. Tutto,tranne cosa bisogna fare per uscire da questo incubo


Sirio Paccino  (02-10-2004)

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