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Kashmir Palace
Kashmir Palace
Mimosa Martini 
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Reportage, Italia 2004
334 pp.
Prezzo di copertina € 16
Editore: Nutrimenti , 2004
ISBN 88-88389-20-2


Nutrimenti

Pakistan. Mentre i bombardamenti in Afghanistan continuano senza sosta, la vita di un gruppo di giornalisti, operatori e fotografi occidentali alloggiati nello squallido hotel Kashmir Palace si intreccia con quella di una famiglia del luogo, che ha deciso di aiutare le donne sfregiate dall'acido in gran segreto. Nel frattempo, la giornalista spagnola Otero cerca di passare la frontiera nascosta da un burqa e il faccendiere G. indaga su loschi traffici d'armi e di uranio...

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Kashmir Palace: I collaterali

Il burqa era lucido e liscio come raso. Ne aveva acquistato uno di lusso, un burqa costoso, l'unico che le era stato offerto al mercato afgano di Islamabad dopo lunga, estenuante trattativa.

I quotidiani rimbalzi televisivi dell'interminabile guerra irachena (e il consueto, vergognoso blackout informativo su quanto non costituisce la notizia del momento) fanno di tutto per scolorarne il ricordo, ma appena due anni fa in Afghanistan si è combattuta una guerra sanguinosa, si è dato il via ad una strategia internazionale basata sullo scontro che ha a sua volta generato una reazione a catena dagli esiti ancora oscuri e forse imprevedibili. Mimosa Martini, volto e voce familiari dei tg di pranzo e cena, prova a raccontare in forma di romanzo anche se Kashmir Palace proprio romanzo non lo è, tanti e tali sono i richiami alla cronaca, i giorni dell'Afghanistan da un punto di vista per così dire periferico, di retrovia. Nei pressi della frontiera col Pakistan, un intero universo di faccendieri, fuggitivi, vittime e carnefici fa da sfondo al professionismo un po' rapace di centinaia di inviati occidentali alla costante ricerca di una foto scioccante, di un'intervista-scoop, ma soprattutto di un modo per entrare in Afghanistan, dove è la notizia, al fronte, dove cadono le bombe, dove si può incrociare il corteo di fuoristrada neri dai vetri oscurati dell'arabo (così chiamavano Osama Bin Laden con un po' di spocchia gli afgani di etnia pashtun). In attesa del sospirato passi, si annega la nostalgia di casa e la frustrazione in hascish, proibitissimo vino rosso, visite al bordello cinese, tresche tra colleghi, telefonate satellitari. Quasi invisibili, ai margini di questo circo mediatico coloratissimo, assai rumoroso e cialtrone quanto basta, gli abitanti del posto, con i loro drammi, i loro simboli, i loro linguaggi, la loro vita aliena nei modi ma non nella sostanza, una vita alla quale l'autrice cerca di dedicare un attimo di attenzione, di riflessione, direi quasi di affetto: ma è solo una parentesi, la luce dei riflettori è altrove ed è un richiamo troppo forte per noi falene del tutto e subito. Un libro-documento abbastanza diverso da tutti gli altri pubblicati sull'argomento, che a volte paga lo scotto di questa sua diversità con qualche stanchezza, qualche caduta di ritmo. La Martini cerca di affrancarsi dal consueto stile giornalistico imboccando la strada di uno stile immaginifico e suggestivo che a tratti lascia che lo sguardo del lettore si perda in mille rivoli e non trovi più la strada maestra. Ma sono soltanto attimi che la magia dei luoghi e dei tempi descritti fa dimenticare in fretta.

David Frati  (24-08-2004)

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