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Discocaine
Discocaine
Tatiana Carelli 
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Romanzo, Italia 2004
178 pp.
Prezzo di copertina € 7
Editore: Mondadori , 2004
ISBN 88-04-52898-2


Mondadori

Una cubista attraversa notti e mattine fatte di discoteche, privè, musica martellante, cocaina, canne, sesso e riflessioni sulla vita accompagnata da un gruppo di amiche/colleghe colorate, dissacranti, tossiche, modaiole, scatenate e più o meno siliconate.

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Discocaine: Hypercube

Plastificata dall’effetto notte. Il cellulare mi vibra con gelido sibilo perforante come l’alabarda spaziale; parte led cattura-radiazioni. Anticancerogeno, dicunt. Sms in arrivo.

Durante la lettura di questo breve romanzo, mi sono spesso trovato a domandarmi cosa ne avrebbe pensato mio nonno: quasi certamente il linguaggio, i riferimenti, gli oggetti stessi descritti da Tatiana Carelli gli sarebbero parsi oscuri, incomprensibili, sconosciuti quanto i meccanismi ormonali dei vermi di Dune, se non di più. Lungi da me in questa sede lanciarmi in un panegirico dai toni moralisti sul ‘povero’ pragmatismo contadino di noi ‘non discotecari’ che magari mentre ragazze da sogno si contorcono sui cubi al ritmo martellante della house (o degli altri tremilasettecentocinquantatre generi di musica da discoteca quasi indistinguibili da chi non se ne intende, mea culpa) e un popolo intero celebra i suoi riti pagani, ce ne stiamo ignari e beati a ronfare tra le coltri tentando di dimenticarci che tra troppo poco tempo una sveglia suonerà, ma certo qualche perplessità Discocaine la suscita. Uno scenario nel quale il nucleo centrale è che look sfoggiare sul cubo, organizzare qualche doposerata più o meno marchettaro con imprenditori nordisti dal migliaio di euro facile col Ferrari, avere come ‘peggior nemico’ lo specchio dell’ascensore quando l’alba si avvicina, sfuggire alle avance di spogliarellisti sub-umani che si scopano chiunque capiti loro a tiro nei camerini, farsi chilometri e chilometri in macchina con fuori un freddo becco a farsi le canne e tirare chili di cocaina in compagnia di qualche amica simpatica, sexy da morire, con le tette rifatte e le idee confuse non ci pare davvero il massimo della vita. Se poi pensiamo che l’alternativa, il ‘ritorno alle origini’, la semplicità, le radici sono simboleggiate da una periferia (dell’Impero) contadina nella quale non si trova niente di meglio da fare che sconvolgersi e ammazzare la vecchia mamma, il quadro si fa francamente disperante più che disperato. Quello che voglio dire è che Discocaine poteva essere una testimonianza interessante, persino brutale di una certa realtà (molto legata a certe zone geografico-economiche, mi pare di poter dire), ma sarebbe stata necessaria una scelta di campo: o la fotografia pura (dura) e semplice, senza giudicare e pontificare, o viceversa il reportage ‘dall’inferno’ di chi ne è uscito. Tatiana Carelli sceglie una strana via di mezzo, un ibrido senza spina dorsale, assolutamente non emozionante, innocuo, freddo come il tacco di plexiglass di una zeppa, che potremmo grosso modo sintetizzare così: una delle cubiste fa esattamente la stessa vita delle altre, ma ogni tanto butta là la citazione colta, la riflessione profonda che la distingue dal branco, che si capisca che lei è una che ha studiato, mica cazzi. Punto.
Non basta, purtroppo.


David Frati  (05-08-2004)

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