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Attese
Attese
Elena Loewenthal 
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Romanzo, Italia 2004
202 pp.
Prezzo di copertina € 14
Editore: Bompiani , 2004
ISBN 88- 452-0116-3


Bompiani

Quattro storie, di quattro donne che aspettano; uno scialle che le unisce, di generazione in generazione.

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Attese: Trame di vita in uno scialle

Quello era il colore che cercava: né bianco né nero, e nemmeno rosso, blu, verde- niente che potesse assomigliare a un colore. Il tessuto raccoglieva la luce e la trasformava in una chiazza torbida fra trama e ordito, come una filigrana di ghiaccio iridescente, in altissima montagna. Claudia cercò di sentirne l’odore, ma il velo non sapeva di nulla.

Sono giocate su due motivi intrecciati, le quattro storie che compongono il romanzo Attese della scrittrice torinese Elena Loewenthal: l’attesa e il telo di lino che viene tramandato di generazione in generazione di donne- che sono in attesa, per l’appunto. Da sempre l’attesa è delle donne, le guardiane del focolare che aspettano il ritorno del padre o del marito o del figlio. Una su tutte, Penelope, è incisa nella nostra memoria proprio mentre tesse la tela con cui ingannare l’attesa e i Proci, e fin da quando è bambina una donna sa che la sua vita da adulta sarà scandita dai nove mesi di attesa di ogni figlio. Quattro storie con i titoli dei quattro elementi e quattro ambientazioni ad essi adeguate: il deserto, una pianura fredda per il fuoco di una passione tardiva, le nebbie della Bassa e l’acqua tra il dolce e il salmastro della laguna. L’attesa si radica nel passato con due figure di donne della Bibbia: Rebecca che lascia la sua terra per recarsi in quella del marito e Tamar che realizza con l’inganno il suo desiderio di maternità. La scrittrice non ha bisogno di indugiare su questi due modelli di comportamento, così come non si dilungherà sull’ultima storia che ha per protagonista una ragazza di oggi che non concepisce più i tempi lunghi dell’attesa e che capovolge lo schema dei rapporti passivi-attivi tra uomo e donna. Accurate invece, piene di luci e ombre come un quadro impressionista, le storie centrali tenuemente collegate dai personaggi di due generazioni della stessa famiglia ebraica. In una storia la protagonista è Claudia, che ha lasciato Torino per seguire il marito- come Rebecca aveva seguito Isacco- ad Alessandria. Trovarsi a diciott’anni in una cittadina dove gli sguardi di tutti sono puntati sulla nuova arrivata, chiusa in casa perché il marito è geloso, con solo il baule del corredo a ricordarle le sorelle e i genitori. Storia d’amore di una volta, in cui la sposa impara ad amare il marito che le dà tre figli, si confessa con mezze parole pudiche alla sorella per lettera, passa l’estate nella casa di campagna aspettando che lui venga a trovarla. E il telo di lino che era rimasto nel baule (come era arrivato lì? a chi era appartenuto?) viene tirato fuori per coprire i capelli di Claudia rimasta vedova- e anche questo segno esteriore di dolore, questo nascondersi agli sguardi curiosi degli altri, è un retaggio millenario che nessuno deve insegnare ad una donna. C’è un’altra tela che Claudia ricama nelle notti insonni, non sarà mai finita e servirà come baldacchino nella cerimonia ebraica di nozze con il marito vedovo della sorella. Nell’altra storia la tela dello scialle viene usata per fare dei sacchetti con la terra di Israele, altro segno di lutto per sigillare gli occhi della levatrice Elvira che ha fatto nascere migliaia di bambini attendendo un figlio suo che non è mai arrivato. Ma non serviranno i sacchetti di terra per Elvira che uscirà dal camino di Auschwitz. E’ incantatore, lo stile della Loewenthal, sembra quasi poesia più che prosa nel dipanare delle storie lievi fatte di sentimenti ed emozioni espressi dalle persone, ma anche dalle cose, dalla natura, dalla luce e dall’aria.

Marilia Piccone  (09-07-2004)

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