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La masseria delle allodole
La masseria delle allodole
Antonia Arslan 
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Romanzo, Italia 2004
234 pp.
Prezzo di copertina € 15
Editore: Rizzoli , 2004
ISBN 88-17-00144-9


Rizzoli

Attraverso le vicende della famiglia Arslanian, la storia del primo genocidio del secolo.

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La masseria delle allodole: Il genocidio degli armeni

Nel quartiere, sussurri e sussurri. Gli uomini non sono ancora tornati; qualcuna delle vecchie ha detto che sono stati visti, in colonna, e accompagnati da soldati con le baionette inastate, davanti alla porta del Magazzino del Sale, un vecchio edificio vuoto da tanti anni. L’arrivo delle carrozze non desta particolare curiosità, ma subito qualcuno arriva a cercare Shushanig, per consigliarsi e viene informato. La rete di sussurri e di orrore si infittisce, e scuote tutto il quartiere…

Quanti genocidi, nel secolo breve. Già il premettere l’aggettivo “primo” a quello degli armeni, nel 1915, ne anticipa oscuramente altri, ed è insopportabile farne una classifica, per magnitudine, programmazione, efferatezza. Antonia Arslan, professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Padova, scrittrice di saggi, traduttrice delle poesie del poeta armeno Varujan, ha scritto il romanzo della sua famiglia scomparsa in quel genocidio perpetrato dai turchi nel 1915, La masseria delle allodole, pubblicato da Rizzoli. Il titolo allude alla grande casa di campagna, suggerendo una pace idilliaca tra il verde degli alberi e il canto degli uccelli, e invece è il luogo in cui si sono spente tutte le risate e su cui è calato il silenzio dopo che gli uomini della famiglia vi furono barbaramente uccisi. Oltre alle donne, oltre alla piccola Henriette che sarebbe rimasta muta per anni per l’orrore, si era salvato solo un bambino e quel maschietto doveva la vita al fatto che quel giorno gli avevano messo delle vestine da bambina, come si usava allora. E, delle donne, tre ne sarebbero morte durante la marcia della disperazione e della morte, con destinazione prima Aleppo, poi chissà, Deis-es-Zor, o il nulla. Ad Aleppo, dove la persecuzione non era ancora iniziata e c’erano forti resistenze contro di essa, i superstiti della famiglia Arslanian erano stati aiutati a fuggire dal campo dallo zio medico Zareh che aveva amici influenti. Solo i bambini sarebbero riusciti a raggiungere lo zio Yerwant, anche lui medico, in Italia. Che quell’estate sarebbe dovuto ritornare in Anatolia, nella masseria delle allodole, e non era partito perché l’Italia era entrata in guerra. Yerwant Arslanian otterrà di togliere dal suo cognome le ultime tre lettere che lo identificano come armeno, diventerà il nonno di Antonia, non tornerà più nella Patria perduta. Antonia Arslan ricostruisce una memoria che non è la sua, che le è stata tramandata dai racconti familiari, quelli che favoleggiavano una vita agiata e raffinata in un Oriente ancora carico di fascino misterioso, quelli che ricomponevano un quadro d’interni con le abitudini di vita quotidiana e infine quelli della catastrofe di cui nessuno aveva avuto sentore, perché tutti si sentivano perfettamente integrati- come sarebbe successo anni più tardi, per gli ebrei in Germania. E, nonostante la tragicità del racconto, c’è un tono di soffusa poesia nelle pagine della Arslan, l’idea di guardare una vecchia foto color seppia, in cui i grandi sono schierati in piedi di dietro e i bambini sono accoccolati per terra, sul davanti, una bimba bruttina è in piedi (verrà violentata nella marcia), si vede un fiore nei capelli della zia giovane (perché non era scappata con l’ufficiale turco?), e ci sono delle macchie sullo sfondo- sono macchie della carta o è sangue?

Marilia Piccone  (03-07-2004)

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