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La guerra di Nora
La guerra di Nora
Antonella Tavassi La Greca 
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Romanzo, Italia 2003
231 pp.
Prezzo di copertina € 14
Editore: Marsilio , 2003
ISBN 88-317-8275-4


Marsilio

Una macchia rossa di sangue che martella la mente e che non sbiadisce con il passare del tempo. Un passato con cui fare i conti. Il presente che scorre ma non si lascia afferrare.
Dagli anni di piombo a oggi passando attraverso la clandestinità. Per poi scoprire che uscirne è impossibile. Se non a prezzi estremi.
Storia di Nora e di un ritorno che si trasforma in una guerra quotidiana da combattere contro i propri rimorsi.


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La guerra di Nora: Nora contro se stessa, una guerra da perdere

La città smette di alitare il suo mefitico respiro.
Stamattina ha piovuto e la terra profuma di terra bagnata.
Che umanità è la nostra, che deve andarsi a cercare l'odore della terra, come fosse il più esclusivo dei profumi?


Un romanzo che rimanda ai nostri tempi bui. Le brigate rosse, i loro codici, i soprusi da accettare e da far subire. E parallele, vite che vogliono continuare a scorrere, a costruirsi. Come quella di Nora. Interrotta per sempre, e molto di più di quanto non si capisca fino a lettura finita. È la storia di un taglio, questo. Di una cesura netta tra un prima e un dopo reso eterno da un omicidio premeditato, studiato, vissuto e impossibile per sempre da cancellare. Il passato non si dimentica né si lava via con un colpo di spugna. Anzi scava fino a far male e procura un dimidiamento della personalità. Un romanzo che ci introduce in un mondo. E forse, proprio perché di un romanzo si tratta, abbiamo la possibilità di capire fino in fondo che cosa possono produrre le esperienze negative.
Nora è una donna come tante. Forse più sensibile della media delle persone che le girano intorno: alle spalle, una famiglia tradizionale e benestante dei parioli romani. Un padre che diventa un idolo da non deludere e che pure viene ferito e una madre alla quale la lega inevitabilmente un rapporto conflittuale. La guerra è il suo viaggio di ritorno a casa dopo una fuga-esilio a Parigi durata sedici anni. E ancora la difficoltà è trovare se stessa. “Non (sono) Nore, come mi chiamano a Parigi, non Norma, che non ho voluto essere mai, dopo aver cancellato da bambina la m della mia firma sul diario scolastico. Ho rifiutato una volta per tutte di essere Norma, la figlia di un famoso pianista, che avrebbe imparato a suonare la musica felice, come lui”.
Roma è la stessa, o almeno così sembra: uguali le strade, le piazze, le sfumature che dipingono perfettamente il suo quartiere di bambina. Eppure tutto è diverso. Nora non si riconosce in niente. Un contraccolpo forte come la figura centrale della storia: questa sorella - alter ego che rappresenta tutto quel che lei vorrebbe essere e che non sarà mai più. Belle queste pagine dense. Dolorose quando sappiamo dell’aborto, nostalgiche quando fanno sentire la musica come un leit motiv che ha segnato il percorso di una bimba ignara, inquietanti quando c’è l’ostinazione a voler riavere un uomo solo perché sa capire. Pagine scritte con uno stile asciutto e sobrio che racconta la realtà ma non la edulcora. Anche la protagonista: non chiede sconti, sa di non meritarli. Come non li merita il suo compagno al quale la lega una storia di vita e di passione. Ma lui, al contrario di lei, non rinnega le scelte fatte e questo gli impedisce di porsi dubbi. Di fronte abbiamo i diversi percorsi che possono fare due anime che fino a un certo punto hanno scelto la stessa via. E non è un caso che questa storia non possa ripartire. Sebbene i sentimenti che legano i due siano forti tanto da sembrare indissolubili. Ma il prima e il dopo, non possono singhiozzare. Soprattutto non possono sostenere – e questo è tutto di Nora – il peso del rimorso. Di chi sa di avere colpa e allo stesso tempo di non aver pagato. L’inutilità della vita, sembra dirci la protagonista, è qualcosa che ti logora ancor di più degli sbagli atroci. Perché se tutti possono sbagliare, nessuno ha il diritto di vivere “come se niente fosse stato”. E tutto è visto con gli occhi di chi sa che quel che è fatto è fatto e che si augura (ma sottovoce, perché il suo carattere difficile lo impedisce) che un poi ci possa essere. Tutto è detto attraverso le sensazioni. E si badi bene: si avverte sempre, è una scelta dell’autrice, è un tono di allerta costante. Come se da certe abitudini non ti puoi sottrarre da un momento all’altro.
A lettura finita resta l’amaro in bocca. E allo stesso tempo la strana, assurda consapevolezza che quel che leggiamo è l’unico finale possibile.


Chiara Lico  (16-06-2004)

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